Unire le città per unire le nazioni

 

Permettete che dopo avere ringraziato le Autorità presenti e voi tutti, io vi esponga alcune riflessioni che questo VI Congresso mondiale delle città gemellate ha in me originato: riflessioni che si coordinano organicamente al tema stesso della mia breve allocuzione "unire le città per unire le nazioni" -che tutte si riconducono a questa domanda fondamentale: cosa è, cosa significa, dove tende questo congresso? Come esso si situa, quale collocazione esso prende nel contesto "apocalittico", scientifico, tecnico, politico, economico, sociale, culturale, spirituale di questa età tanto radicalmente nuova della storia del mondo?

Cosa è? Cosa significa? Dove tende? Ecco, io mi rappresento questo Congresso come un convegno al quale sono state idealmente convocate ed al quale sono idealmente convenute non solo le città gemellate aderenti a questa federazione, ma tutte le città -grandi e piccole- dell' intero pianeta. Come, cioè, se tutte le città della terra grandi e piccole- fossero state idealmente convocate e fossero idealmente convenute su questa "terrazza" tanto alta e qualificata della storia del mondo che è Parigi, in questa "terrazza" essa pure tanto alta e significativa dell'Onu e dell'Unesco, per guardare da essa le "prospettive apocalittiche" di distruzione totale o di pace totale che per tutte le città della terra la storia oggi inevitabilmente presenta: alzate gli occhi e vedete, come dice il Vangelo secondo Giovanni; sali e guarda, come l' Apocalisse ammonisce.
Qui, dunque, idealmente convocate e qui idealmente salite e convenute tutte le città piccole e grandi della terra -"...andiamo, saliamo al monte santo del Signore, verso la Casa di Dio e di Giacobbe, e ci insegnerà le Sue vie e noi cammineremo nei Suoi sentieri..." (Is 2,3 sgg) -per tre fini:
1) per guardare insieme, prendendone coscienza profonda, le prospettive apocalittiche che definiscono quest' epoca nuova del mondo;
2) per operare le scelte alle quali esse inevitabilmente ed irrecusabilmente si impegnano;
3) per strutturare il corpo delle città di tutta la terra: un corpo che renda possibile l'attuazione, in ogni città e in ogni popolo -nella base popolare, come si dice- delle scelte compiute.

II 

Cosa devono, dunque, fare le città di tutta la terra salite idealmente sulla terrazza storica di Parigi per vedere da qui le frontiere apocalittiche dell' età nuova del mondo e quali strade esse devono percorrere per pervenire alla terra nuova, inevitabile -se non si vuole la distruzione del genere umano e del pianeta- della pace totale?
Devono fare tre cose: primo, "vedere" quest'epoca nella sua novità essenziale, quella che la definisce e che la costituisce unica, senza confronti possibili (in certo senso) con le epoche precedenti: scoprire, cioè, la novità di questa età che è apocalittica davvero, nel duplice, bivalente significato del termine! Età di pace totale o di distruzione totale!
Scoprire per restarne meravigliati ed attoniti, insieme ricolmi di paura e di speranza, la novità che fa di quest' epoca, l'epoca dell' Apocalisse: ne fa, cioè, l'epoca dell' essere o del non essere -per dirla con Gunther Anders- l'epoca della pace totale o della distruzione totale.
Scoprire la novità apocalittica -nel duplice significato, negativo e positivo che questa novità apocalittica importa- di questa epoca e fare partecipi di questa scoperta tutti i nostri popoli, cioè, idealmente, i popoli di tutto il pianeta.
Possiamo tutti accettare, per misurare quest'età, la definizione che di essa dà, con incisività ed esattezza, Gunther Anders: il 6 agosto 1945, giorno di Hiroshima, è cominciata una nuova era: l'era in cui possiamo trasformare in qualunque momento ogni luogo, anzi la terra intera, in un' altra Hiroshima... Indipendentemente dalla sua lunghezza e dalla sua durata, quest'epoca è l'ultima: poiché la sua differenza specifica, la possibilità, cioè, dell' autodistruzione del genere umano, non può aver fine che con la fine stessa.
L' Età finale, e perciò l'ultima della storia del mondo, in certo senso: l'ultima, perché in qualunque momento, ormai, può venire la fine dei tempi: può finire il genere umano; può finire la storia umana; può essere spezzato lo stesso pianeta.
Né tutto ciò è fantascienza: è calcolo matematico degli effetti che può produrre l'esplosione del potenziale nucleare che già si trova -in almeno 70.000 megaton: saranno oltre 100.000 nei prossimi anni -negli arsenali nucleari degli Usa e dell'Urss.
Non si dimentichi mai, per rendersi conto della situazione presente del mondo, che la bomba di Hiroshima era di soli 0,015 megaton (meno di 20 kiloton) e che è stato calcolato che basterebbero poche bombe di 100 megaton, o anche meno, per spianare tutte le città e l'intiera superficie della terra.
E allora? Prendendo coscienza di questa situazione finale del mondo, le città ed i popoli di tutta la terra, davanti alla alternativa "pace per 10.000 anni" o "rogo del pianeta" -il dilemma è stato posto da Kennedy nel discorso del 25 settembre 1961 all' ONU- fanno la loro scelta: dicono "No" per sempre alla guerra nucleare e dicono "Sì" alla pace totale, alla "pace per 10.000 anni".
Le città sono consapevoli di essere il patrimonio del mondo, perché in esse si incorporano tutta la storia e tutta la civiltà dei popoli: un patrimonio che le generazioni passate hanno costruito e trasmesso a quelle presenti -di secolo in secolo, di generazione in generazione- affinché fosse accresciuto e ritrasmesso alle generazioni future.
Gli stati non hanno il diritto -con la guerra nucleare- di annientare per nessuna ragione questo patrimonio che costituisce la continuità del genere umano e che appartiene al futuro.
Ecco "la seconda cosa" che va fatta in questo Congresso di Parigi e che va ripetuta in modo organico ed efficace in tutte le città ed a tutti i popoli della terra: la scelta della pace millenaria!
E' la scelta che le città capitali del mondo fecero già nel 1955 a Firenze -nella festa di S. Francesco in S. Croce ed in Palazzo Vecchio- sottoscrivendo un patto solenne di pace e di amicizia: fra queste capitali era presente anche Pekino ed inviarono messaggi anche Hanoi e Saigon.
Dire "No" alla guerra nucleare significa dire "No" anche alla politica della dissuasione e "dell' equilibrio del terrore" che le massime potenze nucleari stanno pericolosamente sviluppando. Se si va avanti di un metro -per così dire- "l'esplosione nucleare" della terra, anche per errore, diventa ogni giorno più possibile! Gli scienziati, i tecnici, i teologi, i politici denunziano ogni giorno più drammaticamente la possibilità di questa "esplosione del mondo per errore".
Un severo articolo di P. Dubarle del maggio di quest'anno finisce proprio con un ammonimento tremendo: piaccia al Signore che la politica della dissuasione non conduca all'irreparabile!
"No" alla guerra nucleare; "No" alla politica della dissuasione; "No", perciò, anche alle guerre locali che i popoli dell'opulenza conducono contro i popoli della fame che hanno sempre per presupposto il contesto nucleare della dissuasione e che possono, perciò, condurre all'esplosione nucleare del mondo; e "Sì" al disarmo totale, strumento unico della pace: perché la pace esige il metodo del profeta Isaia: esige, cioè, il disarmo e la conversione delle armi in aratri, delle spese di guerra in spese di pace.
Questo è il senso profondo della definizione di pace che chiude, come sigillo, la Populorum Progressio di Paolo VI: lo sviluppo è il nuovo nome della pace! Convertire in potenziale di edificazione il potenziale nucleare pronto per la distruzione!
Ecco "la seconda cosa" che le città di tutta la terra compiono in questi giorni a Parigi: la scelta della pace per sempre, la scelta del disarmo totale (a parte gli accorgimenti di tecnica e di tempo che essa esige), la scelta della conversione delle spese di guerra in spese di pace per l'edificazione della civiltà nuova "universale" -"planetaria"come dice la Populorum Progressio- per i popoli del mondo intero.
Non si dimentichino mai le statistiche delle spese per gli armamenti: 130 miliardi di dollari annui senza contare i 50 miliardi (anche più) di dollari che gli Usa hanno sinora speso per "spianare" i villaggi del Vietnam e per bombardare Hanoi. Di fronte a queste cifre stanno 10 miliardi di dollari annui per gli aiuti ai paesi sottosviluppati: i quali non ce la fanno più neanche a restituire gli interessi dei prestiti ottenuti!
Questo confronto di cifre ripropone nei termini più drammatici il problema dei popoli della fame che interpellano in modo ogni giorno più urgente e severo i popoli dell' opulenza: la soluzione di questo problema è una sola: fare diventare spese per la costruzione di città nuove (si pensi ai 6 miliardi di uomini del Duemila) le spese adoperate ora per distruggere: spese per i piani regolatori nuovi delle città antiche, dunque; spese per la costruzione di case, di scuole, di fabbriche, di ospedali, di chiese e così via -spese di civiltà: trasformare, cioè, in aratri tutte le spade!
Ma c'è una "terza cosa" -complementare alle prime due- che le città intendono fare in questo Congresso di Parigi: collaborare alla unità del mondo, alla unità delle nazioni: esse vogliono unirsi per unire le nazioni; per unire il mondo. Vogliono creare un sistema di ponti -scientifici, tecnici, economici, commerciali, urbanistici, politici, sociali, culturali, spirituali- che unisca le une alle altre, in modo organico, le città grandi e piccole del mondo intero. Se l'unità delle nazioni non è ancora possibile -si pensi ai grandi vuoti esistenti nelle Nazioni Unite (la Cina!)- noi pensiamo che sia possibile l'unità delle città, il loro collegamento organico attraverso l'intero pianeta.
Questa idea semplice può diventare un tessuto unitivo destinato a fasciar di pace e di progresso le città, le nazioni ed i popoli del mondo intero.
Questa è l'idea nuova, la finalità nuova dei gemellaggi fra le città: costruire un sistema di ponti che si estenda su tutto il mondo e che realizzi a livello delle città, l'unità di tutti i popoli, di tutte le città e di tutte le nazioni. Le città unite: l'altro volto -integratore ed in certo modo essenziale- delle nazioni unite!
Questa è "la terza cosa" che il Congresso di Parigi invita a fare!
L'unità di base -attraverso le città- fra i popoli di tutto il mondo: unito integralmente alla base, il mondo sarà più capace di essere effettivamente ed integralmente unito al vertice.
Progetto solo ideale? Un sogno? No; realtà storica che può essere rapidamente sviluppata proprio nel nostro tempo: realtà destinata a rinnovare, rinsaldandolo alla base ed integrandolo al vertice, l'edificio i ancora fragile ed incompleto delle Nazioni Unite.

III 

Prendendo coscienza di questa nostra età finale -apocalittica nel duplice significato di distruzione totale o di pace totale, che questo termine importa- facendo la scelta della pace totale e del disarmo totale e della conversione totale delle spese di guerra in spese di pace; sviluppando la costruzione del corpo delle città per sostenere alla base ed integrare al vertice la costruzione del corpo delle nazioni; noi non ci muoviamo sul terreno astratto dell'utopia, ma restiamo saldamente radicati in quello concreto della storia: anche qui ci viene in soccorso la Populorum progressio che respinge -in relazione all'inevitabile unificazione, pacificazione e promozione qualitativa del mondo l'accusa di utopia.
Questo è il "senso" della storia presente del mondo; questa la "direzione" verso la quale essa irresistibilmente si volge; questa la frontiera nuova verso la quale è avviato in modo inarrestabile -malgrado resistenze di ogni sorta e soste di ogni natura- il cammino storico, politico e civile dei popoli di tutto il pianeta, come Kennedy ha intravisto.
Questa è la teologia della storia quale la Sacra Scrittura -dal libro della Genesi all' Apocalisse- rivela e quale hanno rivelato, proprio in questi anni, Giovanni XXIII, il Concilio e, nella Populorum progressio, Paolo VI.
Verso queste "frontiere del possibile" fanno volgere ogni giorno più l'attenzione dei popoli -e delle loro guide- gli scienziati, i tecnici, gli operatori economici, i pensatori, i teologi, i politici più qualificati del nostro tempo: malgrado le contraddizioni più gravi -si pensi alla guerra del Vietnam; alla guerra del Medio Oriente; alle resistenze colonialiste, razziste, fasciste e naziste che si manifestano in ogni parte del mondo- questa è la "tendenza" che irreversibilmente ed inarrestabilmente muove la storia presente del mondo.
Siamo nel sentiero storico giusto -il sentiero di Isaia!- nell'alveo del fiume storico vero, quando da questa terrazza di Parigi guardiamo ed indichiamo alle città di tutta la terra le prospettive di Apocalisse della storia vicina e lontana dei popoli; quando facciamo per tutte le città piccole e grandi del mondo la scelta della pace totale, del disarmo totale, della conversione totale, della promozione totale del mondo; quando operiamo per costruire un corpo mondiale delle città destinato a rinsaldare alla base (nella base popolare) ed integrare al vertice il corpo delle nazioni e degli Stati; quando inviamo -come ora intendiamo fare- un saluto augurale e fraterno alle città (ad Hanoi, ad Haiphong) ed ai villaggi del Vietnam crudelmente ed inutilmente martoriati dai bombardamenti (coi 50 miliardi di dollari spesi inutilmente per la guerra, si poteva fare del Vietnam una nazione di altissimo livello industriale e sociale); quando inviamo questo medesimo saluto augurale e fraterno alle città ed ai villaggi colpiti dalla guerra fra Israele e le nazioni arabe; quando mandiamo questo saluto augurale e fraterno i a tutte le città -piccole e grandi- del mondo anche esse martoriate da un altro tipo di bombardamento non meno crudele del primo: quello della fame, della disoccupazione, dell' analfabetismo, dell' ignoranza, della malattia, della miseria; quando auguriamo (un augurio che deve essere operativo da parte nostra) a tutte le città del mondo la fine di ogni discriminazione di razza, di classe, di ideologia, di religione e la fioritura in ognuna di esse di quel pluralismo -di quei mille fiori!- che rende libera, sincera e lieta la coscienza degli uomini, e rende civili, prospere e progredienti le nazioni.
Iddio voglia benedire le nostre speranze, voglia bagnare con l' acqua della Sua grazia questa terra degli uomini e voglia fare fiorire, in tutte le città, in tutte le nazioni ed in tutti i popoli, in grande abbondanza, la vite dell'unità, le spighe del pane e l'ulivo della pace!

Parigi, 15 settembre 1967