A Quasimodo: imprigiona l'infinito dei tuoi versi

Carissimo Totò,



sfogliando le mie carte, su una pagina -quasi introduzione- di un quaderno trovo scritti questi versi:
O primavera che alla balza agreste
annuvoli del pesco i nudi rami
dammi un poco d'azzurro per la veste
d'un bambino e due stelle per ricami

Quanto infinito, prigioniero in questi versi! Mi sono risovvenuto dei quadri dell' Angelico e solo nelle sue espressioni angeliche ho trovato un paragone adeguato al quadro che tu mi hai donato.
C'è in questi tuoi versi -scritti a Firenze nel mese di Maria- tutta la ricchezza della terra e del cielo: perché con gli elementi più puri della natura tu hai tessuto una veste adatta al dolce fanciullino di Betlemme.
Pensa: tutti i fiori della primavera e tutto l'azzurro del cielo di primavera e lo splendore delle stelle più luminose, possono ben adattarsi come ornamento al corpo purissimo di Gesù: non sono questi i tributi d'amore che noi, nelle ore migliori, offriamo al nostro Dio? Poiché la nostra anima è povera noi ci arricchiamo dei tesori più belli della natura, diventiamo belli di una bellezza mutuata, che porta visibilmente il segno della creazione.
Ho sentito il bisogno di scriverti perché tu ti convinca sempre più della incredibile efficacia del tuo verso nel mio cuore: alle volte una tua poesia -tra le più pure, si intende- è per me quasi motivo di preghiera e cagione di interiore devozione.
Cerca di curare particolarmente i «fili d'oro» del tuo ricchissimo tessuto: ora che la Grazia ti ha definitivamente fatto suo e Gesù ha baciato, per sanarla, la tua anima, poni a servizio di Dio lo splendore e la potenza della parola.
Essa ti serva, sovrattutto, per imprigionare l'infinito nei tuoi versi. Sii ladro delle gemme che splendono nella vita eterna: sia che tu le rubi alla natura o al mondo morale, questo furto non dispiacerà. la giustizia di Dio. Ma, sovrattutto, queste perle siano frutto della tua vita quotidiana: nel conformare la tua volontà. e la tua intelligenza alla disciplina cristiana, possa tu stesso, con l'aiuto di Dio, creare nella tua anima questi purissimi « cristalli» dove si specchia il volto stesso del Signore.
Come l'acqua che nell'interno della montagna costruisce le sue mirabili case di cristallo e di luce, così la Grazia di Dio con la tua cooperazione costruisca nel tuo cuore un edificio morale senza scissure.
Santa Teresa di Gesù Bambino -ti raccomando di leggere la sua «Storia di un'anima»- dice che noi dobbiamo essere il pennello nelle mani di Gesù: e con questo pennello il divino Artista dipingerà gli splendori stessi del Paradiso. Se tu ti ponessi, adunque, decisamente alla ricerca dei «canti più belli» onde adornare, con pio affetto, la tua lode per la Vergine, e se tu ti ponessi alla ricerca dei fili più aurei onde tessere la tua veste nuziale per presentarti al mistico Sposo del tuo cuore, quanta conquista di infiniti tu potresti recarci e di quanta letizia tu ci faresti partecipe.
Il Paradiso è aperto alla buona volontà dell'uomo: Dio permette che ne asportiamo i tesori più grandi: perché, dunque, non diveniamo audaci e non rubiamo alla generosità di Dio tutto quello che egli ci concede con tanta premura?
Il verso, io credo, quando è perfetto è tale perché supera il finito con l'infinito che esso ha fissato. È un brano, ma compiuto, dell'eternità. La quale, pure racchiusa entro i confini della parola umana non lascia di mostrare a noi la sua natura divina.
È per questo che la poesia , l'arte in genere non perisce: ma sta, malgrado le vicende umane.
Dove il finito è rafforzato dall'infinito, dove la parola dell'uomo poggia sulla bellezza di Dio, ivi il tempo non passa vanamente.
Così sotto Lucia c'è la mano della Vergine: sotto l'Innominato l'azione della Grazia; sotto Ermengarda lo sguardo di Dio e la sapienza della celeste Provvidenza.
Dove insomma, la parola umana si pone a servizio della carità di Dio, in tutte le maniere, nel mostrare la frammentarietà del nostro animo e la povertà della nostra natura quando non sia soccorsa da Dio, o nel cantare la gloria e la sapienza e la misericordia di Dio, ivi c'è un granito che il tempo e le intemperie non riusciranno mai a sfaldare.
Ora io non mi inganno quando penso che tu potresti col tuo verso -felice grimaldello che ti permette di aprire le mistiche case dell'anima- racchiudere brani notevoli di mistero: di quel mistero illuminato, e illuminante quale ce lo dà la Rivelazione di Gesù Cristo.
Ti prego, Totò, di curare con la massima cautela il tuo mondo interiore: ama, sovrattutto, dopo Gesù, la Vergine Maria: e chiedi a Lei tutti i fiori che hai bisogno e tutti i profumi che ti necessitano per vestire a nuovo, col buon odore di Cristo, la tua anima.
Ella che ci ama, e che tanto ti ama, non ti negherà una sola delle Grazie che tu Le chiederai.
Che essa ti benedica e benedica il tuo focolare, dove non mancherà di assidersi come Regina.
Ricordati di me nelle meditazioni e nelle preghiere: tu sai che i nostri bisogni sono sempre grandi: prega specificatamente per queste mie aspirazioni:
l) di mantenere con sempre maggiore cura la mia purezza
2) di realizzare una vita d'apostolato che mi permetta di parlare di Gesù ad altre anime (attraverso l'insegnamento universitario)
3) perché mio zio, sia pure nel segreto del suo cuore, concepisca per Gesù e per la Vergine un amore tanto più forte quanto più silenziosamente fiorito. Che la mano sapiente con cui la Provvidenza l'ha sempre guidato, infranga, anche i veli che annuvolano la visione della verità.
Mio caro Totò, quanta felicità, non è vero, in queste nostre comunicazioni: così dovevano parlare le prime volte i nostri primi fratelli: è il linguaggio più severo che porta dritto il nostro essere al Cielo.
Ti abbraccia con rinnovata effusione il tuo

Giorgio

Santissimo Nome di Maria 1927
Scrivimi qui, Messina, però se entro il 20.