Lettera allo zio (1928)

24 ottobre 1928

Carissimo zio,
dal telegramma che mi inviaste per annunziarmi l'arrivo di Pierino, telegramma terminante con un «attendilo» nudo e crudo, da un inciso breve ma significativo della zia «dacci a tempo perso qualche tua notizia» e da qualche accenno di Pierino, ho avuto la possibilità di trarre una conclusione: che il mio silenzio di questi giorni vi ha parecchio disturbato.
Ma per evitare che questo silenzio sia erroneamente interpretato e che sia suscettivo di equivoci, voglio qui darvi un piccolo riassunto di alcuni motivi principali che l'hanno causato.
E prima di tutto determiniamo il fatto e le circostanze. Appena giunto feci un telegramma: rimasi due giorni in albergo disorientato e stanco per la noia di cercare una stanza: il terzo giorno trovai una stanza qui, in Via Enrico Poggi 2, e il quarto giorno vi scrissi la cartolina. Ora prima della cartolina avevo scritto una lettera che non impostai perché conteneva delle note un po' “stanche” che non ritenni opportuno di gravare sulla vostra già notevole stanchezza quotidiana.
Scrissi ancora per ben tre volte e tutte e tre volte la lettera restò nel mio cassetto ed in mezzo ai miei libri.
Il fatto, perciò, è tutt’altro che a mio danno, se, come voglio sperare, crederete ai termini con cui ve lo espongo.
Voi avreste voluto, e ben a ragione, notizie della mia nuova dimora: l'espressione «istituto di religiosi» usata da me nella cartolina non poteva rendervi un'idea esatta della mia abitazione. Ma ben potevate pensare che si trattava in definitiva di un modo di collocarsi, almeno provvisoriamente, in guisa che ne traessi qualche profitto sia economico che spirituale. Si tratta di una casa di religiosi (missionari del S. Cuore) che accetta dei pensionanti: casa ove c'è una buona compagnia (2 proff. di università) e ove si mangia discretamente e, come avete visto, a buon prezzo. Soltanto che non credo risolto il problema del mio alloggio per via del freddo: mi ci vuole a tutti i costi una stanza col termosifone. Io l'avrei presa volentieri: ma sapete quanto si pagano qui tali stanze? Non meno di 200-220 lire al mese! E unicamente per bastare in qualche modo a me stesso e per non portarvi aggravio io speravo di poter fare a meno del termosifone.
Se voi sapeste come mi fa male sentirmi gravare sulla vostra bilancia economica.
Come voi ben comprendete, le comodità piacciono a tutti e, quindi, anche a me che debbo studiare e che avrei bisogno di avere il confort domestico: ed invece bisogna qui fare a meno di moltissime cose e vivere come Dio vuole serbando inalterati gli stretti confini della propria giornata economica.
Figuratevi allora quanto mi dispiaccia che voi interpretiate piuttosto all'inverso il mio comportamento. Voi battete sempre su punti determinati orientando tutta la vostra opposizione verso quello che costituisce il centro, ormai fuori discussione, della mia vita: la Fede.
lo vi dirò soltanto una cosa: se attribuisco validità all'intelligenza e se il mio animo è capace di abbracciare altissimi ideali è solo la Fede a fondare quella validità ed a suscitare questi ideali. La fede che aggiusta la macchina molto guasta del nostro composto umano e le conferisce una potenzialità infinita. Solo la Fede mi permette di alzare con confidenza gli occhi al cielo: e solo essa mi suggerisce quale sia lo scopo ed il valore della vita. Nelle cadute mi solleva: nelle fatiche e nei dolori mi conforta: nelle gioie le sublima. È la Fede, coi suoi misteri illuminanti, che custodisce e vivifica tutte le aspirazioni della mia vita.
O perché io non dovrei curare questo patrimonio di grazia che solo mi conforta in tanti momenti oscuri della vita? Questa misteriosa donazione di Dio che conferisce dignità infinita alla mia vita ed ai miei atti? lo vi prego di rispondere a questa domanda: e se voi mi obbiettaste che io «esagero» vi dirò che la verità non sopporta dimezzamenti: e che se Iddio mi permette di vedere intiera la radiosità di un'alba sarebbe stupido che io, per non so quale ragione, dovessi limitarmi a intravedere gli ultimi raggi del tramonto.
Del resto la mia vita non è né arbitraria né sregolata spiritualmente: milioni di anime, più affinate ed intelligenti della mia, vivono questa vita che è fatta di intime conquiste che superano con l'esperienza le proprie piccinerie.
Vita intima spirituale e vita di studio vicendevolmente si postulano e si chiamano: perché lo studio è esercizio di intelligenza naturale e esercizio di intelligenza soprannaturale è la vita intima di preghiera.
Pensate a quelle innumerevoli schiere di anime che su tutta la terra studiano, lavorano e pregano insieme: perché disprezzare questa che è la sola fioritura di paradiso ed il solo profumo di bontà che Iddio permette di svilupparsi in terra?
La Carità, la tanto male interpretata carità, ha qui la sua radice: in questi contatti tra Dio e l'uomo che la preghiera realizza. Se ancora la terra è riscaldata dalle correnti del bene e se essa non rovina è perché tante anime ove Cristo medesimo si annida si portano, per le strade del mondo, le parole che significano e compiono l'opere che non finiscono.
A me dispiace, credetelo, che voi vogliate sempre e senza ragione chiudere gli occhi dinanzi a questa realtà e anzi fortemente contrariarmi se vedete me che in certo modo e il meno peggio possibile ne partecipo.
O infine io vi domando: quali mali ha a me arrecato ed a voi arrecato questo salutare richiamo a vivere secondo la verità? Quali scandali ha prodotto? Quali errori mi ha provocato?
Forse quello di aspirare -anche a costo di non riuscirci sempre- alla virtù? Quello di pensare questa vita in funzione dell'altra? Quello di credere che c'è un Dio che è Padre, e che questo Dio si è fatto uomo ed ha sofferto e morto per noi? Quello di amare la Vergine e di chiedere a Lei che mi protegga dalle insidie del mondo? Quello di scegliere a modello di vita i modelli eterni che la carità di Gesù ha realizzato nei Suoi Santi?
Voi mi dite sempre tante parole: vi prego di dirmi un solo fatto che sia nocivo a me ed agli altri e che abbia avuto radice nella mia Fede.
O perché allora voi sempre più incalzate su questa via che è la sola via ove io possa e sappia camminare? Non credo che ciò sia giusto da parte vostra: anche perché, cosa strana, è proprio a cagione di questa fede che più si sono rinforzati i. vincoli di affetto che a voi mi uniscono e sono proprio quei tali «neri» preti che per questa via di affetto soprannaturale senza posa ci spingono.
Questa digressione ha, voi ben lo capite, intimo nesso con l'affare della corrispondenza. Un mio silenzio di qualche giorno è capace di suscitare una vera offensiva contro le mie «esagerazioni » !
Ma lasciate, caro zio, che io non vi nasconda che, forse senza un sufficiente fondamento, magari per la diversità di concezioni ideali, un forte disagio spirituale e psicologico in questi ultimi tempi io lo ho a casa provato. Come dirvi: quasi io mi estraneo e come se ogni interna comunicazione fosse a me impedita. E questa estraneità non deriva certo da parte mia. Capisco bene che quando si diverge sopra punti fondamentali incomprensione c'è sempre: eppure nella famiglia c'è una unità fondamentale che sa superare in fatto queste incomprensioni di idea: orbene io ho avuto l'impressione di essere ormai fuori -e ripeto non da parte mia- di questa unità, come avulso, come respinto in certo modo da essa.
Voi sapete quale ago magnetico sensibilissimo sia il cuore umano: esso nota tutti i più leggeri mutamenti della zona magnetica in cui si trova. Così è di noi: noi avvertiamo subito, senza fallo, che c'è qualcosa di nuovo nei nostri rapporti cogli altri: e l'ago non si muove più secondo l'antica direzione.
Voi direte che le mie sono «impressioni soggettive» ed io non posso negarlo: ma vi dirò che sono impressioni che una base ce l'hanno nella realtà delle cose.
Certo la mia lontananza materiale, ma sovrattutto altri elementi, hanno concorso a determinare questo stato di cose: il quale a me dispiace immensamente solo per le seguenti ragioni:
1. perché mutato il profilo sotto cui io sono veduto, comincio ad apparire, come dire, come un po' di peso: questo senso non è nettamente formulato, ma mi pare che qua e là faccia capolino;
2. perché io vedo la vostra famiglia come allontanarsi da me: come legata, direi, con vincoli ormai sottili ed esteriori;
3. perché questo stato di cose mi turba infinitamente ed è la sola ragione che mi tiene tante volte triste e fortemente addolorato.
Perché, io mi domando, quale sarebbe la soluzione, per questo stato di cose? come posso fare ritornare nel mio animo la pace e il sorriso? Stranissima cosa! Malgrado le tante ragioni di compiacimento che i miei di casa avrebbero ben potuto avere delle mie cose, e malgrado sarebbe pensabile che in famiglia io dovessi attingere pace e serenità, è proprio tutto al contrario! Indice questo che qualche cosa di rotto e di arrugginito ci deve essere! È certo questo: che le sole fantasie perturbatrici che mi accompagnano anche qui hanno costì la loro radice. Perché non ho scritto? Ecco qui la ragione fondamentale: perché mi è sembrato che i miei scritti -che io concepisco come comunicazioni ed elevazioni dell’anima- rimanessero senza eco in voi tutti, anzi come una nota stonata e noiosa, soggetta a critica!
Come volete che io fossi spinto ad impostare quelle lettere ove c'erano come riflessi tanti palpiti della mia anima?
Dicevo: perché annunciarli, ora che le mie parole non passano più neanche l'anticamera del cuore?
Se scrivere come io so e posso scrivere significa provocare o il .riso o il fastidio e, comunque, significa non rompere affatto un'indifferenza, a che pro scrivere?
Del resto, lasciate che io trovi una conferma testuale delle mie supposizioni in questa asciutta e significativa espressione della zia: «ciao, sempre buone cose e a tempo perso dacci qualche tua notizia ».
Quando era mio uso di scriversi ogni giorno non era un tempo perso per me: era una bellissima cosa quella di condensare in poche righe tutto l'interiore poema del mio animo. Era come un saggio del mio pensiero costante, rivolto a Dio e, attraverso Dio, a voi.
Diventa perso quel tempo solo quando quella intimità comunicata appassisce e si scolorisce, palpito non ricevuto di un affetto che era scaturito dal cielo. Avrei tante cose da dire, tanti particolari da aggiungere: ma credo che io abbia già dato una sufficiente idea del mio stato d'animo.
Voglia Iddio che si tratti soltanto di mie brutte fantasie! E comunque crediate che nessuno più di me augura alla vostra famiglia quell'ordine e quella pace che valgano a sempre meglio rinserrarla.
Cosa importa se voi mi staccate? Resta sempre certa una cosa: che innanzi agli affetti meramente umani che sono sempre provvisori, solo la carità permane eterna noncurante di altro che degli interessi di Dio nelle anime.
E a voi particolarmente, caro zio, a cui mi legano vincoli di vero affetto filiale, io non posso cessare dall'augurarvi che ogni bene discenda nel vostro cuore: a sollievo dei vostri giorni ed a pegno di un avvenire sempre migliore.
Questa lettera, che gradirebbe una risposta aperta, vorrebbe costituire in parte come uno sgravio della mia anima.
Tanti bacioni ad Alfonsino ed Adeluzza: a voi ed alla zia tanti affettuosi abbracci

Giorgio

Pierino si tratterrà domani e dopodomani. Gli farò visitare un po' Firenze: oggi siamo stati a Fiesole.


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