Leningrado 1970

Per precisare il volto di questo Congresso, la definizione, il fine ed il significato di esso è necessario richiamarsi al Congresso di Parigi di tre anni fa, che, inserendosi nella direzione irreversibile della storia presente del mondo, indicò alla nostra azione tre direttrici. 

Dicemmo allora che le città -base popolare e permanente dell'edificio delle nazioni- devono fare tre cose:

1) vedere quest'epoca, prendendo profonda coscienza della sua novità essenziale: quella che la definisce e che la costituisce, unica, senza confronti possibili .-in un certo senso -con le epoche precedenti: scoprire cioè la novità di questa età che è apocalittica nel duplice significato del termine; età di pace totale o di distruzione totale. 

Né tutto ciò è fantascienza, è invece calcolo matematico degli effetti che può produrre l'esplosione del potenziale nucleare che già si trova negli arsenali nucleari delle massime potenze: un potenziale che tre anni fa, nel nostro Congresso di Parigi, era calcolato in 70.000 megatoni e che oggi viene calcolato, come affermano alcuni scienziati, ad un limite che supera ogni fantasia: quello di un milione di megatoni! Non si dimentichi mai, per rendersi conto esatto della situazione presente del mondo, che la bomba di Hiroshima era di soli 0,015 megatoni (meno di 2 Kilotoni) e che è stato calcolato che basterebbero poche bombe di 100 megatoni per spianare tutte le città dell'intera superficie della terra. Ed allora? 

2) Ecco la seconda direttrice enunciata a Parigi: prendendo coscienza di questa situazione finale del mondo, le città ed i popoli di tutta la terra, davanti all'alternativa “pace per 10.000 anni o rogo del pianeta" (il dilemma di Kennedy) fanno la loro scelta: dicono No per sempre alla guerra e dicono Si alla pace totale, cioè alla pace per diecimila anni. 

Esse, le città, sono consapevoli di essere il patrimonio del mondo, perché in esse si incorporano la storia e le civiltà dei popoli: i "regni" passano, le città restano: un patrimonio che le generazioni passate hanno costruito e trasmesso a quelle presenti- di secolo in secolo, di generazione in. generazione -affinché fosse accresciuto e ritrasmesso alle generazioni future. Gli Stati non hanno il diritto, con la guerra nucleare, di annientare questo patrimonio che costituisce la continuità del genere umano e che appartiene al futuro. 

No quindi alla guerra nucleare, No alla politica dell"'equilibrio del terrore", No, perciò anche alle guerre locali che i popoli dell' opulenza (per usare un'espressione della Populorum Progressio) conducono contro i popoli della fame. 

Si alla coesistenza pacifica. Si al disarmo generale e completo e Si alla conversione delle spese di guerra, almeno 200 miliardi di dollari ogni anno, in spese di pace per lo sviluppo dei popoli ("lo sviluppo è il nuovo nome della pace"). 

La pace appare tanto più inevitabile quando si pensa al moto sempre più vasto, irresistibile ed urgente col quale i popoli della fame interpellano, in modo ogni giorno più severo, i popoli dell' opulenza. La soluzione di questo problema è una sola: fare diventare le spese di guerra spese di pace per la costruzione di città nuove (si pensi ai 7 miliardi di uomini nel 2000), spese per i piani regolatori nuovi delle città antiche, spese per la costruzione di case, scuole, fabbriche, ospedali, chiese, impianti sportivi, ecc. 

3) Eccoci infine alla terza delle direttrici di marcia che ha guidato la nostra azione di questi tre anni: "unire le città per unire le nazioni", quindi compiere i "gemellaggi" come strumenti di edificazione dell'unità dei popoli: creare un sistema di ponti -scientifici, tecnici, economici, commerciali, urbanistici, politici, sociali, culturali, spirituali che, al limite, unisca le une alle altre, in modo organico, continente per continente, le città grandi e piccole di tutta la terra. 

Questa idea semplice potrebbe davvero diventare un tessuto unitivo destinato a fasciare di pace e di progresso le città, le nazioni ed i popoli del mondo intero. 

Le città unite: ecco l'altro volto istituzionale, integratore -ed in certo modo essenziale- delle Nazioni Unite. 

L'unità di base, attraverso le città, fra i popoli di tutto il mondo: unito alla base, il mondo sarà più capace di essere effettivamente ed integralmente unito al vertice. 

Queste tre direttrici si sono mosse nel senso -realistico!- della storia presente del mondo; perché questa è la direzione effettiva verso la quale la storia irresistibilmente si volge; questa frontiera nuova verso la quale è avviato, in modo inarrestabile, malgrado resistenze di ogni sorta e soste di ogni natura, il cammino storico, politico e civile dei popoli di tutto il pianeta; questa la teologia medesima della storia quale la Bibbia -dal Genesi all' Apocalisse- rivela, e quale hanno rivelato Giovanni XXIII, il Concilio e, nella Populorum Progressio, Paolo VI. 

Verso queste frontiere del futuro fanno volgere ogni giorno di più l'attenzione dei popoli e delle loro guide, gli scienziati, i tecnici, i pensatori, i teologi e i politici più qualificati del nostro tempo. Malgrado le contraddizioni più gravi -si pensi alla guerra del Viet Nam e del Sud Est asiatico; alla guerra del Medio Oriente; alle resistenze colonialistiche e razziste dell' Africa centrale; alle resistenze naziste e fasciste che si manifestano in ogni parte del globo- questa è la tendenza che inevitabilmente muove la storia presente del mondo. 

A questo punto voi direte: è vero, a Parigi concordammo un' autentica conventio su questo "mandato delle tre direttrici" (come possiamo quasi giuridicamente definire il nostro accordo!): ma ora, al termine del mandato, tre anni dopo, possiamo dire che queste direttrici di marcia siano diventate azione effettiva? Questo mandato è stato -nonostante tutti i nostri limiti e le nostre imperfezioni- in qualche modo eseguito? 

Noi potremmo subito indicarvi quanto abbiamo compiuto dal 1967 ad oggi per eseguire "questo mandato delle tre direttrici"; ma per valutare il senso di questa nostra azione è necessario che io vi prospetti, con una veduta di sintesi, il contesto storico dagli anni 1967-1968, 1969-1970 al quale tale azione è stata proporzionata e nel quale essa è stata organicamente inserita. 

Per rispondere a questa domanda, è necessario fissare il punto a partire dal quale il fiume della storia mostra, con crescente evidenza, la sua tendenza di fondo, il senso del suo corso, la sua inevitabile foce. Siamo all'alba degli anni' 60; al timone dell' arca della storia appaiono constantemente -in concordanza fondamentale di direzione- tre timonieri: Giovanni XXIII, Kennedy, Krusciov: prima di loro -a partire dalla conferenza di Bandung- Nehru e Ciu En Lai avevano già indicato alla barca storica, al fiume storico, la stessa direzione, la stessa foce, lo stesso porto: quello della coesistenza pacifica e dei 5 punti che la specificano e la definiscono.
Il corso del fiume storico, della navigazione storica, era sostanzialmente a questo punto "di speranza", quando improvvisamente e disgraziatamente per il mondo inizia (preceduta dai luttuosi fatti del 63, morte di Giovanni XXIII e assassinio di Kennedy) nel 1964 la tristissima, antistorica avventura militare del Viet Nam.
Ecco il contesto storico del tempo (settembre 1967) nel quale si è posto il "mandato delle tre direttrici": il corso del fiume storico paurosamente invertito; l'equilibrio del terrore in crescita paurosa; la guerra dilagante in Viet Nam e nel Medio Oriente; le città vietnamite ed i villaggi vietnamiti terribilmente bombardati con bombe al napalm; paurosi segni di tempesta militare e politica in Africa, nell' America Latina, in Europa: gli Usa internamente dissociati e sconvolti dalla rivolta dei negri e da quella dei giovani!
La strada dell' abisso era aperta: tutto era pronto -per così dire per la dissoluzione apocalittica del mondo (cfr. Ap 7, 1 e sg.).
Cosa fare in questa "situazione di apocalisse" quale era quella del 1967 -specie nei due centri esplosivi del Viet Nam e del Medio Oriente- per eseguire in qualche modo, al nostro livello e coi nostri strumenti, il "mandato delle tre direttrici"?

La risposta fu questa:
a) dare sempre più ai gemellaggi fra le città, il carattere "di ponti unitivi": fare di essi, un sistema di ponti: quasi un fitto tessuto di ponti destinato idealmente, al limite, a saldare attraverso il passaggio la cooperazione e l'unità delle città con l'unità, la pace e la cooperazione delle nazioni;
b) fare prendere coscienza alle città ed ai loro popoli del "limite nucleare" -il limite dell'abisso!- al quale si era pervenuti con gli squilibri paurosi provocati dalla guerra del Viet Nam; in questo modo si provocava una crescente pressione dal basso -dalle città- sugli Stati perché questa terribile escalation vietnamita cessasse e si iniziasse un processo di descalation in conformità alla tendenza di fondo -ora così paurosamente invertita- della storia nuova del mondo;
c) intervenire direttamente -come potevamo, anche in quanto organismo riconosciuto dall'Onu e mettendo in azione "leve di pace" costruite durante i Convegni della Pace, il Convegno mondiale dei Sindaci e i Colloqui Mediterranei di Firenze- presso gli Stati perché cessassero i bombardamenti sulle città e sui villaggi vietnamiti e perché (sulla base degli accordi di Ginevra del 1954 e dei 5 punti di Phan Van Dong) si iniziassero i negoziati!

Durante tutto il 1967 operammo, giorno per giorno, per richiamare le guide responsabili del destino del mondo ad uscire dalla situazione apocalittica e a fare entrare i popoli nell' età del negoziato e della coesistenza.
Questi interventi quotidiani si manifestarono mediante un epistolario fitto (con le guide responsabili del destino del mondo: all'Onu; in Viet Nam; in America; in Urss; in Italia; in Francia; in Israele; in Egitto; in Giordania; in Tunisia; in Marocco; in Siria; in India; in Cina; in Cambogia) e mediante incontri in alcuni centri determinanti della situazione del mondo. Fra questi incontri e viaggi del 1967 quelli più impegnativi e caratteristici furono gli incontri di Parigi coi rappresentanti del Viet Nam del Nord (Mai Van Bo in ispecie) e con alti e qualificati rappresentanti del governo francese, delle nazioni arabe e di Israele: ed i viaggi (concordati con le due parti) a Gerusalemme ed al Cairo (Natale 1967 e 15 gennaio 1968).
E' risaputo come durante questi due viaggi noi avemmo incontri che fecero balenare la speranza del negoziato -con il Ministro degli Esteri Israeliano Abba Eban, prima, e con il Presidente Nasser, dopo.
Facemmo in quella occasione, in una conferenza pubblica, una proposta di gemellaggio fra Alessandria ed Haifa: un ponte di unità -per così dire- al disopra dei due Stati in guerra! Altra proposta di gemellaggio -pure in quella occasione- fu quella fra Damietta, ove sbarcò san Francesco nel 1200 per proporre la pace al Sultano, ed Assisi.
Non vi fu giorno, possiamo dirlo, nel quale questi due problemi del mondo -Viet Nam e Medio Oriente- non fossero, in qualche modo, oggetto della nostra preghiera, della nostra riflessione e della nostra azione.

La speranza era una sola: che cessassero i bombardamenti, che si iniziasse il negoziato, che si passasse -mutando, perciò "la tendenza" militare e politica- dall'escalation alla descalation, dal "confronto al negoziato" !
Nel 1967 la storia del mondo è pervenuta, dunque "alla mezzanotte" storica, al punto di crisi storico, nucleare, apocalittico; il mondo potrebbe veramente esplodere in un momento qualsiasi!
Ma non c'è proprio -malgrado tutto!- nessun segno di speranza, nessuno, anche piccolo, raggio di luce per il passaggio ad una giornata diversa della storia del mondo?
No: questi raggi vi sono: bisogna saperli individuare: saperli leggere: sono piccoli segni di una speranza grande, che fiorirà!
Quali? "l'altra America" è in movimento, "in rivolta": la contestazione dei giovani contro la guerra è sorta, "paurosa e generosa" come le onde! Questa contestazione esce dall' America per estendersi al mondo intero. Così la contestazione dei negri!
Tutti i continenti sono scossi da un fermento irresistibile di giustizia e di pace: alla "base" ed al "vertice" vi sono eventi estremamente significativi: nel gennaio 1967 Podgorny è in Vaticano e si incontra lungamente con Paolo VI.
Nella Pasqua 1967 Paolo VI fa uscire la Populorum Progressio che è quasi "un esplosivo rinnovatore" specie nei paesi dell' America latina e del terzo mondo.
Il 31 maggio 1967 De Gaulle si incontrò in Vaticano con Paolo VI: De Gaulle era stato "punta" di resistenza alla guerra del Viet Nam e "punta" di attrazione dei popoli del terzo mondo.
Nel 1967 a Glassboro Johnson e Kossighin si incontrano: un po' di speranza -nonostante ogni fallimento!- nasce nel mondo!
Ed, infine, nel Natale 1967 Johnson di ritorno dal Viet Nam, va in Vaticano e si incontra con Paolo VI: quel colloquio fu molto lungo: se ne parlò molto: certo è questo, che tre mesi dopo avveniva il fatto più clamoroso della storia americana e della storia mondiale: Johnson dichiara (31 marzo 1968) di non volersi ripresentare alle elezioni americane -già alle primarie la gioventù americana si era pronunziata per Kennedy e Mc Carthy- e di volere aprire il negoziato col Viet Nam del Nord! La "mezzanotte" della storia era passata: si andava verso l'alba: i popoli uscivano dal deserto terrificante del pericolo nucleare e si avviavano verso la "terra promessa" della pace e della liberazione (per i negri, specialmente!). Luther King (3 aprile 1968) e Robert Kennedy (4 giugno 1968) suggellavano con il loro sangue -i Profeti pagano sempre di persona!- questo miracoloso passaggio di frontiera! 

Siamo, dunque entrati -almeno a partire dal 31 marzo 1968- nella giornata nuova della storia del mondo: "verso la terra promessa" della quale aveva parlato, la mattina prima che fosse ucciso, Luther King. 

Il nuovo anno si apre con la giornata mondiale della pace indetta da Paolo VI. A Parigi il negoziato, malgrado tutto, fra America e Viet Nam del Nord è aperto: e di gradino in gradino, malgrado immense resistenze e fatiche -sotto la pressione crescente della contestazione giovanile e negra- si perviene a quel 31 ottobre 1968 che segna la data più marcata del conflitto vietnamita: l'America cessa incondizionatamente i bombardamenti sul Viet Nam del Nord. 

La richiesta di Ho Chi Minh, che aveva fatto anche a noi, l’11 novembre 1965 ad Hanoi, è accettata: il negoziato può seguire, ormai, il suo corso. Negli Stati Uniti si svolgono le elezioni presidenziali e il4 novembre è eletto Nixon: malgrado tutte le riserve implicite nel sistema e tutti i tatticismi partitici e politici, una cosa è certa: il passaggio oggettivamente non smentibile "dal confronto al negoziato globale". 

E' vero: non mancano componenti nuove, di grande peso storico, che rendono più complessa ed anche, in certo modo, più pericolosa la situazione del mondo: in Medio Oriente "emerge" la Palestina araba che si contrappone, automaticamente, ad Israele; ora il problema si complica e diventa triangolare: a) Israele, b) Palestina, c) Stati Arabi. 

La Cina è "in movimento" e le frontiere russo-cinesi diventano cariche di pericoli. 

L'America Latina è sempre più sotto la pressione provocata dal messaggio rivoluzionario e dalla morte violenta di Che Guevara e di Camilo Torres: a questa pressione violenta si aggiunge la pressione in certo modo più profonda ed efficace -della non violenza organizzata che, sotto l'ispirazione della Populorum progressio, fermenta le masse cattoliche dei paesi latino-americani.

In Africa il conflitto nigeriano del Biafra si fa più severo. Ed in Europa coi fatti cecoslovacchi, la contrapposizione fra Nato e Patto di Varsavia si fa, in certo senso, più radicale: "l'equilibrio del terrore" è in crescita. In Europa, poi, con la contestazione giovanile della Francia del maggio 1968 e delle altre nazioni (Germania, Italia, ecc.) un "moto rivoluzionario" pare attraversare dall'uno all'altro capo questo continente! 

Giornata storica nuova, dunque, il 1968: è apparsa la tendenza ad invertire la tendenza: tempo, perciò, più di negoziato che di confronti: ma ancora quali e quante nuvole nel cielo dell' Asia, dell' America Latina, dell' Africa, del Mediterraneo, dell'Europa. 

E tuttavia una cosa ormai è certa: il negoziato globale emerge come l'inevitabile e sempre più avvertita necessità della storia, per la salvezza -anche fisica- del mondo! 

1967, anno della mezzanotte del mondo; 1968, anno delle prime lontane luci della nuova giornata storica del mondo!
E noi? Ed il "mandato delle tre direttrici"?

Come abbiamo tentato di eseguirlo nel contesto storico tanto nuovo e tanto complesso che mutava di mese in mese del 1968? Diciamo subito una cosa: noi -specie a partire dal ritiro di Johnson- fummo dominati da due intuizioni, da due idee (in conformità, del resto, alle nostre speranze mai mutate sul senso profondo ed inevitabile della storia presente del mondo):
a) dall'idea della inevitabilità della soluzione politica e non militare di tutti i problemi del mondo (in Asia, nel Medio Oriente ed ovunque); la tesi scientifica dei fisici nucleari e degli scienziati spaziali e dei grandi politici degli anni '60 -sull'inevitabilità del negoziato- ci apparve sempre più certa;
b) dall'idea dell'emergenza dell'Europa -di tutta l'Europa- liberata dai due blocchi e trasformata da terra di contesa (terra designata per la terza guerra mondiale: terra della Nato e del Patto di Varsavia, "ricca" di almeno diecimila ordigni nucleari capaci di fare esplodere venti volte, non solo il continente europeo, ma la terra!) in terra di pace, in tenda di pace: punto di partenza della descalation mondiale e, perciò, del negoziato, della unità e della pace mondiale.
Queste due idee ci fecero da luce nei viaggi e negli incontri che facemmo -accompagnando gli eventi- nel corso del 1968: viaggi di Parigi (in gennaio e nel corso dell'anno), viaggi di Stoccolma (in marzo e in dicembre), viaggio di Praga a Pasqua, viaggio di Budapest a Pentecoste (giugno); viaggio di Bruxelles (in maggio); viaggio di Berlino Est (in giugno); viaggio di Helsinki (in giugno); viaggio di Tunisi (in agosto).
L'Europa, intera, pacificata -incluse, perciò, le due Germanie, Berlino, le frontiere polacche ecc.- la sua emergenza, la sua presenza pacificatrice ed attrattiva nel mondo, la conferenza delle sue città e dei suoi Stati, fu l'idea che animò i nostri incontri a tutti i livelli: municipali, culturali e statali di Praga, di Budapest, di Berlino Est, di Helsinki, di Bruxelles; e l'idea del passaggio definitivo al negoziato (sulla base della Conferenza di Ginevra del 1954, dei 5 punti di Phan Dong e su quella dei 10 punti successivi del Fronte di Liberazione Nazionale del Sud Viet Nam) fu quella che animò specialmente i due nostri incontri di Stoccolma e quelli frequenti di Parigi.

Anche per il Medio Oriente i nostri contatti -specie a Parigi a livello diplomatico, culturale e politico- furono durante il 1968 sempre più intensificati. In essi profilammo l'idea della "emergenza palestinese": la Palestina araba, cioè, diventata un interlocutore nuovo, inevitabile, del conflitto arabo-israeliano; Israele, Palestina, Stati Arabi: ecco la struttura triangolare che aveva ormai assunto in modo irreversibile, questo "nodo" del Mediterraneo, dell'Europa e del mondo.
A Tunisi, infine, cercammo di mostrare ai giovani provenienti da tante nazioni, il significato della contestazione globale dei giovani e della stagione storica nuova del mondo: il passaggio, cioè, inevitabile delle nuove generazioni dal deserto della guerra alla terra della pace e della universale fraternità dei popoli.
Anche la "verticale dei valori" -come si dice- quale dimensione essenziale di una civiltà autentica, fu oggetto di riflessione in un incontro col mondo culturale tunisino in un secondo viaggio.
Ecco, in rapida sintesi, l'azione svolta durante il 1968 per cercare di eseguire il mandato delle tre direttrici rivolte ad un solo fine, la coesistenza pacifica: cioè la descalation, il negoziato e la pace nel Viet Nam; in Medio Oriente e nelle altre parti del mondo!
Il 1968 si chiuse nella speranza: davvero -nonostante tutto!- dal buio di mezzanotte si passa lentamente, faticosamente, talvolta contraddittoriamente, ma irreversibilmente alle prime lontane luci di una giornata nuova nella storia dell' Asia, dell'Europa, del Mediterraneo e del mondo!
Indubbiamente il 1968 lasciò al 1969 un' eredità di grande speranza per il negoziato e le pace del mondo.
Vi sono nel contesto storico del 1969, in Europa e nel mondo, eventi significativi che -nonostante tutto- indicano questa "inversione di tendenza" e questo nuovo cammino, anche se faticoso e spesso contraddittorio, verso la descalation, il negoziato globale e la pace?
Si può dire che, nonostante le gravi nuvole che sono apparse nel cielo del mondo, tuttavia il contesto storico del 1969 appare, visto nel suo insieme, un anno di avanzata nel cammino verso il negoziato globale e la pace?
Si può, anzi, definirlo come l'anno in cui ha inizio, a tutti i livelli, malgrado tutto, "la convergenza del mondo"?
A nostro avviso, la risposta è positiva: alcuni eventi di grande rilievo, infatti, specificano il contesto storico del 1969: essi sono i segni in certo modo inequivocabili -nonostante tutto- di questo "cammino di convergenza" nel quale è riposta la speranza del mondo!

Abbattere ovunque i muri ed al oro posto costruire ovunque i ponti! Quali sono questi eventi? Essi sono:
1) la Conferenza -tanto impreveduta- di Pechino tra Urss e Cina; una speranza di negoziato e di pace spuntata -per cosi dire- sulla tomba di Ho Chi Minh (8 settembre 1969); con essa la paura (tanto diffusa nei mesi precedenti) di un conflitto russo-cinese finiva;
2) la Conferenza nucleare di Helsinki (ottobre '69) per porre un argine all'equilibrio del terrore -pervenuto al di là del limite apocalittico "della morte della terra"- e per dare inizio, perciò, in qualche modo, all'inevitabile descalation nucleare: il dialogo per la descalation nucleare iniziato nel 1962, incorporato nel trattato di Mosca del 5 agosto 1963, ripreso timidamente a Glassboro nel 1967, espresso (19681969) nel trattato di non proliferazione, riprende ora, con vigore, il suo inevitabile corso. Il problema del mondo è il disarmo, la descalation: non vi è coesistenza, pace e promozione civile dei popoli del sottosviluppo senza essa! Il disarmo ed il mutamento delle armi in aratri -la strada di Isaia!- sono in questa età atomica, spazi aie e demografica l'inevitabile porto della navigazione storica del mondo!
3) La Conferenza di Varsavia -anche se allo stato di progetto- fra Usa e Cina: altro ponte insperato e pure tanto essenziale per il negoziato globale e la coesistenza pacifica (secondo i 5 principi di Nehru e Ciu En Lai) del mondo, iniziativa quasi immediatamente successiva si notino le date -a quella della Conferenza di Pekino e di Helsinki.
4) L'ascesa di Heinemann prima e di Brandt poi alla Presidenza ed al Governo della Germania Ovest (marzo e ottobre 1969); con questo mutamento di direzione politica della Germania Ovest, "l' ostpolitik" di Brandt si trasformò in un dialogo politico fra Bonn-Mosca-Varsavia e Berlino: cosl il "nodo" indubbiamente più pericoloso della politica europea e mondiale comincia, almeno inizialmente, ad essere sciolto: un muro estremamente pericoloso per la pace del mondo comincia, almeno inizialmente, ad essere abbattuto: la costruzione di un "ponte" di negoziato e di pace -per l'Europa e per il mondo- viene così almeno inizialmente cominciata!
Il problema della distensione e della sicurezza europea viene ora posto -nonostante i fatti cecoslovacchi- in termini nuovi, possibili, positivi; l'idea, proposta a Budapest, di una Conferenza pan-europea degli Stati (di tutti gli Stati europei a prescindere dalla loro partecipazione ai due blocchi della Nato e del Patto di Varsavia) prende crescente rilievo nel contesto politico, sociale, culturale e spirituale dell'Europa e del mondo.
Significativa, in proposito, la risposta -sostanzialmente favorevole anche se differenziata- di tutti gli Stati europei a questa iniziativa: e più significativa ancora l'adesione della Santa Sede.
Un capitolo nuovo è aperto nella storia dell' "Europa intera": pacificare ed unire l'Europa per pacificare ed unire il mondo.
5) La Conferenza di Parigi per il Viet Nam: nonostante ondeggiamenti e forti rallentamenti, la Conferenza di Parigi, nel corso dell' anno, "ha tenuto"; essa -allargata con l'FLN e con il Viet Nam del Sud- viene ormai situata nel sistema integrale della altre Conferenze che sostengono -come pilastri essenziali- l'intero edificio del negoziato globale e della pace.
6) Conferenza dei "4 grandi" all'ONU per il Medio Oriente, nonostante tutto, l'esistenza di questa -anche se fragile- Conferenza è come una diga che controlla più profondamente di quanto non appaia le acque tempestose del Medio Oriente: "l'orgoglio delle onde" -per dirla con Giobbe- ed il mare in tempesta non riescono a fare affondare la nave!
Anche qui vale il principio: tutto si tiene. Queste "Conferenze" (Helsinki, Pechino, Varsavia, Bonn, Parigi, New York) germinate nel corso del 1969 sono un sistema: si tengono saldamente, nonostante tutto, l'una con l'altra. Si può dire di ciascuna di esse: simul stabunt, simul cadent.
7) E, finalmente, lo sbarco sulla luna; questo evento è certamente, in certo senso, l'evento scientificamente, tecnicamente e politicamente di maggior rilievo: quando il genere umano, la storia, è uscito fuori del pianeta (11 agosto 1961) ed ha raggiunto -nella luna- le frontiere avanzate del cosmo, le precedenti "misure planetarie" (militari ecc.) non sono più adatte a misurare ed a risolvere i problemi degli uomini.
Questo evento cosmico costituisce ormai la pietra d'angolo che regge indirettamente ma inevitabilmente l'edificio globale del negoziato, del disarmo, della promozione civile dei popoli e della pace.
Questa "l'eredità di convergenza" che il 1969 ha trasmesso in maniera impreveduta al 1970: le vie della convergenza hanno un nome preciso: la via di Vienna (nucleare); la via di Pekino (Cina-Urss); la via di Varsavia (Cina-Usa); la via di Bonn (verso Mosca, Berlino, Varsavia); la via di Parigi (Usa-Viet Nam); la via di Nuova York (per il Medio Oriente); la via europea (della conferenza paneuropea); e la via del cosmo che "trasporta" nelle frontiere del cosmo, per risolverli con metodi nuovi, tutti i problemi della storia presente del mondo.

E noi? Il "mandato delle tre direttrici", ha operato lungo queste medesime vie? Per dare un colpo di remo, cioè, alla barca storica che avanzava -quasi trascinata dalla forza delle sue componenti essenziali verso questi porti?
La risposta -malgrado tutti i nostri limiti- ci è apparsa positiva: operammo con gli stessi metodi: interventi epistolari quotidiani in tutte le direzioni; viaggi ed incontri relativi, appunto, a questa "convergenza", a queste Conferenze di "convergenza" che costituiscono la differenza specifica, in certo senso, del contesto storico del 1969, dando ad esso volto e definizione!
Ricordo, come più significativi, i due telegrammi inviati a Kossighin e Ciu En lai, in occasione della loro presenza ad Hanoi per i funerali di Ho Chi Minh, invitandoli rispettivamente ad incontrarsi -per un dialogo nuovo fra Urss e Cina- sulla tomba della grande guida vietnamita: messaggi della medesima natura, favorevolmente accolti, furono inviati per la Conferenza di Helsinki, per quella di Varsavia, per quella di Bonn e di Parigi; a Parigi i nostri contatti con la delegazione vietnamita (Mai Van Bo) e con quella americana (al tempo di Harrimann) furono vari e continuati; ed avemmo anzi occasione di progettare un sistema di gemellaggi fra le città americane e quelle vietnamite da realizzarsi appena le condizioni militari e politiche ne avrebbero permesso l'attuazione.
Sul problema europeo -delle due Germanie e della conferenza paneuropea- puntarono i nostri nuovi incontri e viaggi di Berlino (giugno 1969) di Budapest (novembre 1969), di Vienna (ottobre 1969); su quello vietnamita puntarono gli incontri di Stoccolma; e su quello medio-orientale (sempre più complesso ed esteso) puntò il nostro viaggio ed i nostri incontri, anche al livello del Ministero degli Esteri israeliano, a Gerusalemme e Tel Aviv (nella Pasqua 1969); la nostra tesi, pubblicamente esposta, fu quella "triangolare": le parti in conflitto erano non più due (Israele e Stati arabi), ma tre: Israele, Palestina araba, Stati arabi: sopra questo triangolo poteva soltanto essere edificato il negoziato, la conferenza (il colloquio!) e la pace fra i figli di Abramo!
Incontri, in questo senso, avemmo con i Sindaci arabi delle zone occupate: Betlemme ed Hebron in particolare.
Il 1969 lasciava, dunque, al 1970 un'eredità preziosa ed in sperata di "convergenza": convenire dicuntur qui ex multis locis in unum locum colliguntur et veniunt, dicevano i giuristi romani!
Questo movimento politico di convergenza e, perciò, di unificazione dell'Europa e del mondo era iniziato: il 1970 aveva il compito, malgrado difficoltà inevitabili e inevitabili contraddizioni, di proseguirlo e se possibile, di condurlo, almeno in qualche punto, a termine.
Ecco, dunque, il contesto storico, politico e militare all'alba del 1970: contesto -malgrado tutto!- di convergenza! Contesto certo alterato dall' estensione della guerra nel sud est asiatico alla Cambogia ed al Laos (a tutta l'Indocina).
Ma nonostante tutto, i pilastri della convergenza e del negoziato -le "Conferenze"- hanno superato la prova e sono rimaste saldamente radicate nel terreno storico e politico odierno.
Saldamente resiste la fondamentale di queste Conferenze: quella nucleare di Vienna (non si dimentichi mai che il problema nucleare è "il problema" del mondo) e pure, in conseguenza, resistono, nonostante tutto, la Conferenza di Pekino, quella di Varsavia, nonostante temporanee sospensioni, quella di Bonn, con Mosca, Berlino e Varsavia, nonostante le ultime nuvole nel cielo della Germania ovest, quella di Parigi, nonostante la Cambogia ed il Laos, e quella di New York, nonostante la complessità crescente del problema arabo-palestinese-israeliano.
E l'idea e l'iniziativa della Conferenza paneuropea degli Stati sempre più si approfondisce e si estende: se ne vede sempre meglio l'essenzialità e la sicurezza, l'unità e la pace dell'Europa e del mondo.
E noi? Ed "il mandato delle tre direttrici"? La risposta è sempre la stessa: non abbiamo mancato (come ci era possibile) di accompagnare ogni giorno con gli strumenti epistolari, con i viaggi e gli incontri a tutti i livelli questo "moto di convergenza" trasmessoci dal 1969 e destinato a proseguire ed a perfezionarsi negli anni successivi!
Le due idee che hanno guidato negli anni precedenti -specie nel '68- la nostra azione (quella dell'inevitabilità del negoziato e quella dell'emergenza dell'Europa) si sono notevolmente approfondite: abbiamo preso consapevolezza più profonda delle ripercussioni mondiali che una conferenza ed un accordo fra tutti gli Stati europei per la sicurezza, la pace e l'unità dell'Europa produrrebbe per il disarmo, per la descalation, per il superamento dei blocchi, per il negoziato, per la coesistenza pacifica, per l'unità e la liberazione civile e politica di tutti i continenti!
I due viaggi a Postdam (gennaio) ed a Stoccolma (marzo) e l'ultimo viaggio a Mosca e Leningrado (in preparazione al Congresso) a questo hanno appunto mirato: portare la nostra collaborazione -per piccola che sia!- perché il "moto di convergenza" -che caratterizzò il 1969 e che caratterizza ogni giorno più, nonostante tutto, il contesto storico e politico del '70- diventi, appunto, ciò cui esso irreversibilmente ed irresistibilmente tende: negoziato globale (nel Sud Est asiatico, come nel Medio Oriente, in Europa ed in gran parte del mondo), descalation nucleare e militare in genere sino al limite del disarmo generale e completo, unificazione del mondo; promozione politica, economica e civile con lo sradicamento dei resti del colonialismo e del razzismo dei popoli di tutto il pianeta!

Ed eccoci ora, tre anni dopo l'incontro sulla "terrazza di Parigi" -e dopo tanto e pericoloso cammino storico- a questo nuovo incontro sulla terrazza di Leningrado: un incontro -come ho detto all'inizio che trae dal tempo e dal luogo in cui si svolge la sua definizione, il suo fine, il suo significato!
Cosa è? E' l'incontro "per rappresentanza", per così dire, dei popoli delle città grandi e piccole di tutta la terra: da ogni parte della terra questi popoli salgono simbolicamente e simbolicamente si incontrano a Leningrado: diventati simbolicamente "specchio del mondo". Ex multis locis in unum locum colliguntur et veniunt.
Per fare cosa? La risposta è, in certo modo, analoga ma non identica a quella data a Parigi. Il contesto storico, infatti, è ora profondamente mutato: la tendenza storica è, in qualche modo, rovesciata, dopo gli eventi del 1968, del 1969 e dei primi mesi del 1970: si tratta, perciò, di prendere coscienza non solo, come a Parigi, della situazione apocalittica del mondo e della scelta senza alternative, la scelta del negoziato e della pace, alla quale essa inevitabilmente conduce i popoli e le guide responsabili di tutta la terra: ora, infatti, si tratta specialmente di prendere coscienza del nuovo contesto storico mondiale di convergenza in cui ci troviamo e di operare dal basso -attraverso l'azione coordinata, metodica, sapiente, efficace delle città grandi e piccole del mondo! -perché questo moto di convergenza degli Stati, dei popoli, delle nazioni, come abbiamo detto, giunga ordinatamente al suo termine!
Ecco perché profondamente ci interessano tutti i luoghi e tutti gli strumenti che mirano ad avviare questo moto convergente verso il punto terminale del negoziato e dell'unità, pace e liberazione del mondo.
Ed ecco perché profondamente ci interessano le attuali "conferenze convergenti" che esistono in Europa e nel mondo (Vienna, Ginevra, Pekino, Varsavia, Parigi, Bonn, ecc.); e perché ci interessa profondamente la progettata Conferenza paneuropea degli Stati: e perché ci interessano i progetti di conferenze continentali, e quello dell'inevitabile integrazione e rinnovazione dell'ONU (Cina, Germania, ecc.).
Tutte le iniziative che mirano a superare i blocchi e ad abbattere i muri che separano ancora i popoli e le nazioni ci interessano profondamente: tutte queste Conferenze convergenti e queste iniziative convergenti investono, infatti, in ultima analisi, il problema totale del mondo: quello, del disarmo, quello della guerra e della pace; quello, cioè, in definitiva, dell'essere e del non essere delle città, sole irrimediabili vittime, ormai, di una guerra nucleare ed anche non nucleare!
Ma come già dicemmo a Parigi ed abbiamo cercato di fare in questi anni, noi non ci limitiamo ad una presa di coscienza del contesto convergente del mondo: noi vogliamo operare per aiutare -attraverso l'azione coordinata delle città- questi strumenti di convergenza a raggiungere il loro fine di unificazione, pacificazione e liberazione del mondo.
In questo "contesto di convergenza" assumono un rilievo ancora più preciso, più marcato, i nostri motti: unire le città per unire le nazioni;far convergere le città per far convergere le nazioni; collegare con la cooperazione le nazioni del Nord e del Sud, dell'Est e dell'Ovest.
Desideriamo davvero dare dal basso un vigoroso colpo di remo perché l'unica nave in cui sono imbarcati -siamo tutti imbarcati, diceva Pascoli- per un'unica avventura storica e cosmica i popoli di tutto il pianeta pervenga celermente al porto (pena l' affondamento della terra nello spazio!) del negoziato, dell'unità, della pace!: giunga davvero a quel "porto di Isaia" che è il punto omega indicatore della storia del mondo!

Leningrado, luglio 1970