La nostra vocazione sociale

Fratello che leggi, io ho bisogno di trattare con te oggi alcuni punti che concernono certi lati essenziali della nostra vocazione cristiana.
Si tratta di domande che rinascono spesso nel mio e nel tuo cuore. La prospettiva nella quale queste domande si inseriscono è quella attuale del mondo: comprenderai; noi siamo in questo mondo, anche se la grazia di Cristo ci ha sottratto al suo imperio; non solo: ma che significa: «Voi siete il sale della terra? Voi siete la luce del mondo?». Che significa l'equiparazione al lievito, al seme e così via? Significa che abbiamo una missione trasformante da compiere; significa che per opera del nostro sacrificio amoroso, reso efficace dalla grazia di Cristo, noi dobbiamo mutare -quanto è possibile- le strutture di questo mondo per renderle al massimo adeguate alla vocazione di Dio (adveniat regnum Tuum sicut in coelo et in terra).
(…) Siamo dei laici: cioè delle creature inserite nel corpo sociale, poste in immediato contatto con le strutture della città umana: siamo padri di famiglia, insegnanti, operai, impiegati, industriali, artisti commercianti, militari, uomini politici, agricoltori e così via; il nostro stato di vita ci fa non solo spettatori ma necessariamente attori dei più vasti drammi umani.
Come possiamo sottrarci ai problemi che hanno immediata relazione con la nostra opera? L'educazione dei figli, l'insegnamento della verità o dell'errore, il contrasto fra capitale e lavoro, l'oppressione del tecnicismo industriale, il valore dell'espressione artistica, l'onestà del traffico, le tragedie della guerra, le strutture dello stato (oppressive o umane?), i problemi dell'educazione agricola e così via.
Cosa c'è da fare? Si resta davvero come stupiti quando, per la prima volta, si rivela alla nostra anima l'immenso campo di lavoro che Dio ci mette davanti: messis quidem multa; c'è da trasformare in senso cristiano tutti questi vastissimi settori dell' azione umana che sono in tanta parte sottratti alla influenza della grazia di Cristo!
Il nostro «piano» di santificazione è sconvolto: noi credevamo che bastassero le mura silenziose dell'orazione! Credevamo che chiusi nella fortezza interiore della preghiera noi potevamo sottrarci ai problemi sconvolgitori del mondo; e invece nossignore; eccoci impegnati con una realtà che ha durezze talvolta invincibili; una realtà che ci fa capire che non è una pia espressione l'invito di Gesù: nel mondo avrete tribolazioni; prendi la tua croce e seguimi .
Bisogna lasciare –pur restandovi attaccato col fondo del cuore- l’orto chiuso dell’orazione (…) L’orazione non basta; non basta la vita interiore; bisogna che questa vita si costruisca dei canali esterni destinati a farla circolare nella città dell’uomo.
Bisogna trasformarla la società!
Guarda, fratello, cosa hanno fatto i nostri padri; la Chiesa nascente venne a contatto coi problemi più gravi; problemi di teologia e di metafisica (pensa al pensiero greco ed alle trasformazioni che vi operò il cristianesimo); problemi di diritto e di politica (pensa alla schiavitù dello Stato); problemi sociali di ogni genere.
(…) La «elemosina» non è tutto: è appena l'introduzione al nostro dovere di uomini e di cristiani; le opere anche organizzate della carità non sono ancora tutto: sono un passo avanti notevole nell'adempimento del nostro dovere di uomini e di cristiani; il pieno adempimento del nostro dovere avviene solo quando noi avremo collaborato, direttamente o indirettamente, a dare alla società una struttura giuridica, economica e politica adeguata -quanto è possibile nella realtà umana- al comandamento principale della carità.
Le prove storiche di questa verità non sono davvero scarse: basta pensare alla trasformazione strutturale del rapporto sociale avvenuta col riconoscimento cristiano della eguaglianza di natura fra gli uomini e col riconoscimento cristiano del valore «assoluto» della persona umana.
Cade, sia pure lentamente, la schiavitù: e col cadere della schiavitù cade tutto l'ordinamento giuridico, economico e politico che poggiava sopra questa pietra angolare dell'edificio sociale antico.
Così dicasi di tutti gli schemi giuridici e politici entro cui erano incasellati gli uomini: cittadini e stranieri; amici e nemici; romani e peregrini; greci e barbari; giudei e gentili.
L'eguaglianza rivelata da Cristo spezza gradualmente questi schemi e con essi spezza gli ordinamenti giuridici e politici che sopra di essi si fondavano.
Così dicasi della economia: la proprietà gradualmente assume una funzione sociale ed il principio della accessione di tutti ad un minimo di benessere diventa principio ispiratore delle nuove costruzioni sociali.
(…) La città umana sganciata da Cristo invoca, coi suoi stessi tragici eventi, una energica «politica di intervento» da parte dei cristiani più consapevoli della loro vocazione apostolica.
Ora la domanda iniziale chiarisce la sua portata: c'è per ciascuno di noi, una responsabilità da riconoscere ed un impegno da assumere? Quale è l'apporto effettivo di forze che ciascuno di noi -si badi bene, ciascuno di noi cristiani, non la Chiesa come tale!- ha recato e reca alla costruzione cristiana della città che abita? Abbiamo veramente compreso che la «perfezione» individuale non disimpegna da quella collettiva? Che la vocazione cristiana è un carico, dolce perché cristiano, che comanda di spendersi senza risparmio per gli altri?
Problemi umani; problemi cristiani; homo sum nihil humani a me alienum puto; niente esonero, per nessuno .
(…) Si può essere nella fame e avere Dio nel cuore! si può essere schiavi e avere l'anima liberata e consolata dalla grazia di Dio! D'accordo: ma questo concerne me, non concerne gli altri. lo posso, per mio conto, ringraziare Iddio di concedermi il dono della fame, della persecuzione, dell'oppressione, della ingiustizia, dell'ingiuria, ecc.; ma se i miei fratelli si trovano in tale stato, io sono tenuto a intervenire per soccorrerli; se non lo avrò fatto, il Signore me lo dirà con parole terrificanti nel giorno del giudizio: "Ebbi fame e non mi sfamasti, fui carcerato e non mi visitasti"! Si allude forse a opere puramente individuali? Anche a queste, ma non soltanto a queste; in questo dovere dell'amore operoso è inclusa -nei limiti delle proprie capacità e possibilità- la trasformazione sociale.
(...) Non si dica quella solita frase poco seria: la politica è una cosa 'brutta'! No: l'impegno politico -cioè l'impegno diretto alla costruzione cristianamente ispirata della società in tutti i suoi ordinamenti a cominciare dall'economico è un impegno di umanità e di santità: è un impegno che deve potere convogliare verso di sé gli sforzi di una vita tutta tessuta di preghiera, di meditazione, di prudenza, di fortezza, di giustizia e di carità.
La 'riconquista' che il cristianesimo è oggi chiamato a fare è proprio questa: la riconquista del corpo sociale. Bisogna ricondurlo a Cristo questo corpo sociale che da Cristo si è gradualmente staccato, e lo si riconquista facendolo migliore nelle sue strutture, facendone -quanto è possibile!- uno specchio temporale di quella fraternità soprannaturale e di quella paternità divina che sono il limite ideale -e come la stella orientatrice- della società cristiana!
(…) Qual è il fine del corpo sociale? La risposta a questo fondamentale problema dipende da quello che si dà al problema anteriore concernente il fine ultimo dell'uomo; perché se il fine ultimo dell'uomo sovrasta quello della società, allora la conseguenza è ovvia: il fine della società sarà, in ultima analisi, quello stesso della persona. La società, cioè, avrà per scopo, in tutti i suoi ordini, di creare quelle condizioni esterne (bene comune) adeguate alla conservazione, allo sviluppo e al perfezionamento della persona. Se, invece, la società ha fini propri, che sovrastano il fine ultimo dell'uomo, allora sarà l'uomo che dovrà totalmente ordinarsi ai fini del corpo sociale.
Supponete che questi fini della società siano la nazione, la razza, l'impero, la ricchezza, la classe, e così via; la conseguenza sarà questa: tutti i membri del corpo sociale saranno 'totalitariamente' convogliati verso questi fini, senza riguardo alcuno alle esigenze essenziali della loro libertà e della loro adesione a una legge morale che li trascende.
La tragica esperienza nella quale siamo ancora impegnati, sta a documentare, con i fatti, cosa significhi questo essere 'totalitariamente' convogliati in vista dei fini 'superiori' del corpo sociale!
Se, invece, com'è in realtà, il fine ultimo della persona trascende quello della società, allora la conseguenza è ovvia: la società deve organizzarsi in modo tale da aiutare la persona a raggiungere i suoi fini.
Ora, quali sono i fini della persona? Qui va richiamato quanto si è detto avanti: c'è una gerarchia di fini dell'uomo: fini economici, fini 'affettivi', fini politici, fini culturali, fini religiosi esterni, fini religiosi interiori.
Per pervenire a essi l'uomo singolo non basta: egli ha bisogno dell'integrazione che gli viene dagli altri; ecco allora l'organizzazione sociale destinata a produrre tutta la gerarchia dei beni economici, beni familiari, beni politici, beni culturali, beni religiosi esterni. Il bene religioso interno non può essere 'prodotto' dalla società perché viene soltanto da Dio ed è, anzi, in ultima analisi, Dio medesimo.
La società ha, quindi, per scopo la produzione dell'integrale e gerarchico bene comune, necessario alla conservazione e perfezione della persona e l' attribuzione proporzionale di esso a tutti i membri del corpo sociale.
La società appare, quindi, come una grande comunità umana nella quale tutti producono questo integrale e gerarchico bene comune destinato a essere proporzionatamente distribuito a ciascuno.
Produzione per opera di tutti; comunità del prodotto; distribuzione proporzionata a tutti: ecco tre pilastri dell'edificio della comunità umana.
Ora possiamo precisare, così, la finalità del corpo sociale: la società ha per fine la produzione, per opera di tutti, dell'integrale gerarchico bene comune necessario alla conservazione, allo sviluppo e alla perfezione della persona umana e l'attribuzione proporzionata di esso a ciascuno
.(...) Qual è l'azione che deve svolgere il corpo sociale per raggiungere i suoi fini? E quale la norma regolatrice di tale azione? La risposta è evidente: il corpo sociale deve operare secondo l'intera verticale dell'azione; deve compiere, cioè, azioni economiche, familiari, politiche, giuridiche, religiose (esterne). Con tali operazioni, debitamente compiute, si produce il bene comune e si provvede alla distribuzione proporzionale di esso a tutti. La norma regolatrice di tali azioni è questa: fare che l'azioni di tutti i membri del corpo sociale convergano nello scopo comune della produzione del comune bene. Quindi, tutta la regolamentazione positiva si ispirerà a questa norma fondamentale naturale. Questo principio è di grande attualità: significa che una sana sociologia non può accettare, specie nel campo economico, il principio della meccanica confluenza delle azioni economiche, individuali caro al liberalismo economico.
Il mondo economico è un mondo che va regolato mediante l'applicazione a esso dei principi di comunità sopra indicati.
E ciò proprio in vista del valore finale dell'uomo e, quindi, della effettiva libertà di tutti: perché non vi è dubbio che la disapplicazione di questo principio -com'è avvenuto nel mondo liberale- ha avuto gravi ripercussioni sulla costruzione del mondo politico e sulla stessa vita religiosa, morale, culturale e familiare di tutti: la ricchezza eccessiva e l'eccessiva povertà -conseguenze ineluttabili di tale disapplicazione- incidono sfavorevolmente sulla vita spirituale dei ricchi e dei poveri.
Questa ripercussione è vera, anche se va respinta la concezione di Marx che fa dei valori spirituali degli epifenomeni dei valori economici.
Quindi la rettificazione -la profonda rettificazione- del mondo contemporaneo in tutti i settori esige questa rettificazione dell'ordine economico: quando l'ordine economico costituirà una mensa imbandita proporzionalmente da tutti e per tutti -dacci oggi il nostro pane quotidiano!- allora questa fraternità economica sarà larga di frutti per l'ulteriore e più elevata fraternità politica, giuridica, culturale e religiosa.
La risposta all'ultima domanda è ormai chiara: la società ha valore strumentale o finale?
Strumentale, indubbiamente: è un mezzo necessario al servizio dei fini dell'uomo; la persona umana ne ha bisogno per attuare progressivamente i suoi fini temporali e per predisporsi a pervenire a quelli eterni.
La divergenza fra la concezione cattolica e quella sociologica 'collettivista' è qui -nonostante che appaia sottile- molto profonda.
Ambedue partono dal. principio della socialità dell'uomo; ma nell'una la socialità giunge sino a esaurire in sé tutti i fini dell'uomo: l'uomo è un mezzo, la società un fine. Nella seconda, la posizione è rovesciata: è la società il mezzo, ed è la persona il fine; è questa l'intrinseca novità del cristianesimo: si può dire che la rivoluzione sociale trova in questo rovesciamento la sua espressione più significativa.
Si intacca forse, con ciò, la validità e l'efficacia del vincolo sociale? No, fino a quando si è nell'ambito della dottrina e della prassi del cristianesimo; la deviazione individualista che considera l'uomo come essere antisociale non è certamente frutto del cattolicesimo! Ma la socialità dell'uomo non significa esaurimento di esso nella società e nelle sue strutture economiche e politiche: di là dall'economia, dalla politica, dalla cultura e così via c'è il mondo interiore della libertà, della contemplazione e dell'amore; c'è il mondo di Dio, al quale l'uomo, per effetto della grazia, si eleva! (…) La legge regolatrice del rapporto esistente tra società e persona si può definire così: la società è strumentale rispetto alla persona; la persona è subordinata alla società solo nei limiti in cui la società è ordinata al bene totale della persona.