Enrico Mattei


Signor Presidente del Consiglio, 
autorità e amici tutti,



permettete al Sindaco di Firenze che dopo avervi ringraziato dal fondo del cuore per la vostra significativa partecipazione a queste solenne onoranze che Firenze rende, nel trigesimo della sua dolorosa scomparsa, all’indimenticabile amico Mattei, egli vi manifesti le riflessioni che questa singolare “cerimonia” – vista nel contesto della storia presente di Firenze, dell’Italia e del mondo – ha in lui provocate. [...] 
E permettete che a proposito di Mattei e della sua improvvisa e dolorosa dipartita io aggiunga: Firenze si è commossa, tutta, quando la notizia della tragedia è stata comunicata dalla radio e dai giornali: è passata una grande “nuvola di dolore” sul cielo di Firenze, come del resto, (lo diciamo senza esagerare), sul cielo di tutte le città e di tutte le nazioni del mondo, specie delle città e delle nazioni del “nuovo mondo” (Mediterraneo, Africa, Asia, America Latina).


Io ho sperimentato personalmente ad Algeri (e dopo Algeri anche in Israele, in Giordania, a Dakar e altrove) questa “commozione del mondo” per la dipartita di Mattei.
Il 1° novembre, dopo la “sfilata”, un gruppo di giovani algerini fermò la vettura nella quale aveva preso posto la “delegazione fiorentina”: ci chiesero: “Italiens? Oui, italiens! Ah! Mattei! Il était notre ami; il nous avait aidé pour notre indépendance politique; il nous avait donné le pétrole” ! 
L’amicizia ; l’aiuto per la liberazione politica ; l’aiuto per la liberazione economica.
Era la voce “anonima” e commossa del popolo algerino. Era, certamente, l’eco della voce di tutti i popoli “sottosviluppati” del Mediterraneo, dell’Africa, dell’Asia, dell’ America Latina.
[…]

Mattei, infatti, accettò la tesi storica fiorentina che fu la premessa ispiratrice e finalizzatrice dei Convegni della Pace e della Civiltà Cristiana, del Convegno dei Sindaci delle Capitali e dei Colloqui Mediterranei. Accettò, cioè, di collocarsi sulla terrazza fiorentina di questi convegni e di questi colloqui per osservare da essa (e per operare in conseguenza) il panorama tanto nuovo della nuova storia dei popoli e delle nazioni del Mediterraneo e di tutta la terra.
 Accettò di essere parte essenziale, operativa, della storia nuova di Firenze e della missione del messaggio che Firenze arditamente portava (spes contra spem), nel tempo nostro, a servizio di tutte le genti. 
Cosa si osserva da questa terrazza? Quale panorama storico?
 Qual è questa tesi storica fiorentina che è stata posta quale premessa e base dei Convegni? Come si articola? 
Qual è questo messaggio che Firenze ha portato (spes contra spem), nel nostro tempo, a tutte le genti? Quale?


Ecco:
Si osserva la fine dell’inverno storico (la II guerra mondiale; il tentativo dello sradicamento di Israele antico e nuovo) e l’inizio – anche se ancora timido – della primavera storica e dell’estate storica (come predisse Pio XII e come Giovanni XXIII e il Concilio ora confermano). 
L’alba dell’epoca nucleare e spaziale che rende fisicamente impossibile la guerra e rende inevitabile l’unità (a tutti i livelli) e la pace fra tutti i popoli e tutte le nazioni della terra. 
L’emergenza storica e politica (sociale, economica e culturale) dei popoli del Mediterraneo (Israele e gli arabi), dell’Africa, dell’Asia e dell’America Latina (dei popoli cosiddetti sottosviluppati): l’emergenza storica e politica, come si dice, del “Terzo Mondo”. 
La crisi delle “ideologie” che stanno alla base delle strutture economiche e sociali ottocentesche e la necessità di creare strumenti nuovi, efficaci, di “rottura” e di edificazione economica e politica; strumenti a dimensioni mondiali atti a dare a tutti i popoli della terra, nella libertà vera, dignità storica e, perciò, promozione economica, sociale, culturale e politica.
La necessità, cioè, di costruire un villaggio nuovo attorno alla fontana antica (per usare una felice immagine di Giovanni XXIII).

Questa “la tesi storica fiorentina” che diede la base teoretica ai Convegni della Pace, al Convegno dei Sindaci e ai Colloqui Mediterranei.
Ebbene: Mattei “vide” questa “tesi”e l’accettò. 
I rapporti fra Mattei e Firenze vanno visti in questo contesto storico, in questa prospettiva storica; perché fu proprio a Firenze che egli fece gli “incontri” determinanti (il primo e l’ultimo) della “sua” politica: qui, infatti, incontrò nel 1957 Maometto V (il primo determinante incontro della sua “politica mediterranea”) e qui incontrò il 4 ottobre di questo 1962 Senghor: e fu l’ultimo incontro politico di Mattei: la volta di copertura, per così dire, di un grande edificio che ha i suoi fondamenti in tutti i continenti. 
E fra questi due incontri – il primo e l’ultimo – si collocano le tappe più significative dell’azione di Mattei nel mondo: tappe tutte legate, direttamente o indirettamente, a Firenze.
 Sia che egli vada a Pechino (per i fosfati di Ravenna) o a Mosca (per i tubi della Pignone), in Persia o al Cairo (recando aiuto concreto e concreta speranza al popolo egiziano e a tutti i popoli arabi nel momento più drammatico e incerto della loro storia, nel 1957) a Rabat o ad Algeri (quanta speranza concreta pel popolo algerino) nell’America Latina o in Africa o in India, sempre egli ebbe come punto ideale di riferimento storico, politico ed economico, Firenze: la sua azione vasta, che abbracciò il mondo intiero, si svolse sempre – e consapevolmente – a partire da Firenze e in collegamento ideale, organico, con Firenze.


Lo ripetiamo: Mattei fu l’aspetto operativo – economico, tecnico, sociale – della “tesi di Firenze”: salvò, è vero, la Pignone e, con essa, tutto il sistema economico di Firenze: ma non si trattò di un fatto (per grande che fosse) isolato: si trattò della creazione di un centro, di un nucleo: di un centro, di un nucleo destinati a operare sul mondo intiero, sul corpo intiero dei popoli. I Convegni della Pace, il Convegno dei Sindaci, i Colloqui Mediterranei non restarono fatti soltanto “ideali” ma divennero “punti di forza” essenziali, in certo modo, della nuova epoca del mondo, proprio a causa dell’azione di Mattei: perché fu Mattei a trasformare quegli ideali di pace, di fraternità e di speranza, in concreti rapporti economici e sociali: a trasformarli, cioè, in tutto il mondo (specie nei Paesi sottosviluppati) in fabbriche, in case, in scuole, in ospedali, in campi sportivi e in Chiese (ultime in esecuzione, ma prime in intenzione!).


Che fare oggi dunque? È chiaro: Firenze deve sviluppare ulteriormente il suo messaggio: deve svilupparlo nella direzione precisa nella quale Mattei lo ha sviluppato.
Essa – Firenze – deve possedere ogni giorno più l’età del nostro tempo: possedere, cioè, ogni giorno più, i livelli scientifici, tecnici, industriali, sociali, culturali, politici e religiosi del tempo nostro: a questo deve servire la sua ricerca scientifica (Arcetri; le microonde etc.: la progettata fondazione Mattei); la sua sperimentazione tecnica (le sue scuole “professionali”); il suo sistema industriale (la Pignone, la Galileo, la Fivre etc.); il suo progresso sociale; la sua cultura di grande finezza, ma radicata nel popolo; la sua struttura politica popolare; la sua ricchezza religiosa; la sua azione di unità, di civiltà e di pace a servizio di tutte le genti.
Insomma, fare domani – e con maggiore profondità e ampiezza – quello che si è fatto ieri.
[…]