Dossetti commemora La Pira

 

 


DISCORSO PRONUNZIATO DA GIUSEPPE DOSSETTI

NEL DECIMO ANNIVERSARIO DELLA MORTE DI GIORGIO LA PIRA

Firenze, Palazzo Vecchio, 5 novembre 1987

 



L'Apostolo Paolo in un tratto della seconda Lettera ai Corinti (4,8-11) riassume autobiograficamente la propria esperienza così: “Siamo tribolati da ogni parte, ma non schiacciati: siamo sconvolti, ma non disperati, perseguitati, ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi, portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, poiché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo. Sempre infatti noi che viviamo siamo consegnati alla morte a causa (per amore) di Gesù, perché anche la vita di Gesù sia manifesta nella nostra carne mortale».
Mi permetto di iniziare con queste parole bibliche il mio ricordo di Giorgio La Pira: perché credo che nessun' altra parola possa meglio rendere conto della persona e della vita di un uomo la cui esperienza globale può e deve essere riassunta, a mio avviso, come esperienza di dolore e di morte del suo io empirico e insieme esperienza in sé della vita e della gioia traboccante del Cristo Risorto. Ma c'è anche una ragione in più per farlo. Perché mi sembra che queste parole corrispondano a quel documento importantissimo che è una sua lettera allo zio del 1925, dunque scritta a 21 anni, quando era ancora studente universitario a Messina e a un tempo impiegato nella ditta familiare (insieme a  Salvatore Pugliatti e Salvatore Quasimodo).
Questa lettera, in cui dà conto minutissimo di una sua missione commerciale a Siracusa per ottenere una serie di pagamenti da creditori e clienti difficili e poi, all'improvviso, si abbandona a confidenze intime sugli elementari movimenti della fede e della grazia nella sua anima, questa lettera -dico- ci offre già tutto La Pira pienamente costituito nelle sue doti naturali, nei suoi doni di grazia e nelle sue tendenze e potenzialità operative. È una lettera chiave per tutta l'interpretazione del suo stesso rapporto con tanti altri elementi ed eventi entrati poi a far parte delle sue vicende: compreso il suo rapporto con Firenze, prima ancora che si instaurasse, e con la sua missione futura nella società italiana ed internazionale e nella stessa Chiesa. 
La prima e la più lunga parte di questa lettera -che citerò sempre come "Lettera prima", anche se propriamente "prima" non è -parla con realismo di casse di marmellata, di bottiglie di marsala, di amaro Cora, ecc., e parla anche con finezza psicologica e con giudizi severi di tipi umani locali o importati dal Nord. È davvero rivelatrice del realismo lapiriano e della concretezza esatta e rigorosa di questo uomo tante volte accusato di essere un irrealista e un fantastico. Persino vi si può trovare una punta (in una semplice, non casuale, frase rivelatrice: "l'altro, il Milanese", uno dei clienti più evasivi) che dice la diffidenza istintiva -quanto al primo moto della natura- per il settentrionale facile alla prevaricazione sull'uomo del Sud. 
Uomo del Sud La Pira era ed è rimasto sempre, e con vantaggio a mio giudizio, nonostante i decenni della grande avventura fiorentina e gli interessi planetari. 
Tutto La Pira è già qui 
Ma è soprattutto nella seconda parte della lettera che egli mostra l'organon già costituito e consapevole della sua personalità sovrannaturale e ne coglie molti aspetti e conseguenze che segneranno poi le sue grandi direttive di comportamento e la sua missione. Perciò dovrò citarne più tratti o dense frasi significative, durante tutto il corso della mia esposizione. È questa per me una questione di metodo, che credo subito di dover affermare. 
La Pira ha scritto molto, ha parlato con le folle, con i grandi, ecc., e ha parlato molto con amici intimi in modo fortemente comunicativo e suggestivo: ma i suoi scritti più costruiti e le sue conversazioni più estese, se pur contengono una miniera di elementi preziosi, tuttavia qualche volta (o forse spesso) rischiano di deviare, per eccesso o per ripetitività di certi temi, dalle strutture portanti supreme della sua personalità, del suo pensiero e del suo insegnamento più esemplare e duraturo. Il che certo non accade per i suoi scritti più giovanili: essenziali, nudi, immediatamente attinti dal "buon tesoro del suo cuore" (Lc. 6,45): perciò ritengo importante alcune delle sue "lettere a casa" e soprattutto delle sue "lettere a Pugliatti", più che le grandi raccolte dei suoi scritti e discorsi dell'età matura. 
Un anno dopo la lettera del 1925, vero oro delle origini, La Pira ha seguito il prof. Betti a Firenze. Le prime lettere da Firenze aggiungeranno qualche esplicitazione importante. Al secondo giorno, dopo l'arrivo scrive: Ho nel cuore una pesantezza che rende fiacca la volontà e distrae il pensiero, le bellezze medesime di questa città magnifica non riescono ad aprire l'animo chiuso... Avrei come sapete molto e molto da studiare, ma mi sento così indifferente e svogliato. È la preghiera che, sola, rimane palpitante nell'animo mio… 
E in una terza lettera: Sullo sfondo della vita di tutti c'è sempre il dolore: ma per quanto aspro esso sia la speranza e la certezza nella misericordia del Signore lo vince e lo trasforma. In un senso profondo, ogni vita umana è un dramma divino: e in essa ha parte essenziale la Provvidenza di Dio che tutti gli atti nostri connette e coordina ai fini più eccelsi…. 
(…) Ho visitato le Cascine: ho goduto la ricchezza di ori di cui il sole profuse al tramonto questi luoghi di incanto. È in questi momenti di sublime silenzio, che noi traiamo profonde analogie celesti dalle realtà serenissime della terra…
Tutto La Pira è già qui: cioè a mio avviso è già dato -per un dono di grazia- persino nelle sue strutture principali di pensiero (quelle veramente costanti) e persino nei suoi procedimenti più tipici per rimandi analogici e simbolici, e finalmente anche, nel suo futuro servizio della città terrena (per fare perfettamente aderire come egli scrive, il mondo interiore a quello esteriore), e nel suo rispetto per la coscienza di ogni uomo e nella sua disponibilità al dialogo con tutti gli uomini aperti all’amore disinteressato. 
Anche Firenze: ma Firenze come già la vede lui, In virtù appunto dei suoi procedimenti più propri, perché in un’altra lettera conclude: Di Firenze che vi dirò? E' una città bellissima: è tutta un fiore, un superbo fiore. Ha l'aspetto di una città-arte, di un castello dai mille merletti, dalle linee rapide soavissime e magnifiche. E' veramente la Patria di Dante.
Il processo di trasposizione di Firenze è già cominciato: sul registro più lapiriano: La Pira in verità ha sempre proceduto come se l'altra Firenze, quella non riducibile né a Dante, né a Savonarola e neppure a Galileo, non avesse mai avuto un particolare rilievo: la Firenze delle fazioni, dell'umanesimo immanentistico, la Firenze della ragion di stato, ecc. e anche per certi aspetti la concreta Firenze de suoi anni, la Firenze del periodo '51-65. 
Del resto relativizza anche Firenze. Nel 1956, scriveva a Fanfani: «E' una speranza immensa, che mi dà ogni giorno la forza di operare e di attendere. Perché infine la città che cerchiamo non è Firenze e neanche Roma o Arezzo».
Un italiano del sud
Fissando lo sguardo più analiticamente sulla sua personalità naturale, occorre soprattutto far emergere, ancora di più di quanto non sia stato finora fatto, che La Pira fu un italiano dell'estremo meridione, un italiano nato, e per certi aspetti decisivamente formato in mezzo al Mediterraneo, di fronte all'Africa e all'Asia: nonostante l'universalità del suo spirito e nonostante le sue nozze con Firenze alla quale egli è rimasto meravigliosamente fedele per oltre 50 anni. Ma appunto questo matrimonio d'amore e questa lunga appassionata fedeltà rischia di non far comprendere sino in fondo la sua personalità e di dirottarne l'interpretazione più autentica. Rischia soprattutto di non far ammettere che La Pira ha dato a Firenze inconfondibilmente di più del molto che pure ne ha ricevuto. 
Perciò anche tutte le sue invenzioni più creative sono venute da lui e non da Firenze: Firenze se mai, per un certo periodo -e non molto lungo- gliele ha rese possibili e infine gli ha prestato anzi forse addirittura accrescendo, l'area del profitto. Un nome come per esempio la sua rappresentanza internazionale quando non ne era più sindaco e sembrava non avere più titolo a parlare per essa in qualunque foro. 
Il convivio spirituale aperto e largo (con ebrei e antifascisti). Il Cenacolo culturale intorno a S. Marco e alla Libreria Fiorentina (Principi). La Messa di S. Proculo e della Badia: come l'ha creata lui: inconfrontabile con qualsiasi altra Mensa del povero di qualunque città. L'incontro con la povera gente, sapida e considerata, senza paternalismo, nella sua dignità. I colloqui elettorali e i comizi di folla. Assolutamente unici: in quel tono e con quel tipo di contenuti. L'amministrazione civica: e gli interventi che potremmo dire di "governo autonomo" o di "repubblica fiorentina" come la difesa della Pignone, la requisizione della Fonderia delle Cure, la requisizione delle ville vuote ecc.; i “Convegni internazionali per la pace e la civiltà cristiana" in piena guerra fredda; "Il convegno dei sindaci delle capitali del mondo" con la partecipazione del sindaco di Mosca ecc. ecc. Sono tutte cose sue. 
Ed è per questa via che di passo in passo, quest'isolano sempre solo e non sostenuto da nessuno, arriverà a sposare non solo Firenze, ma tutte le "città" del mondo, delle quali egli scopre a coloro stessi che vi abitano, "che sono vive", e che possono anche coalizzarsi contro gli stati in una coalizione pacifica, per impedire loro di fare la guerra e per costruire la pace. 
Delle tante razze che si sono insediate e incrociate in Sicilia, certo non c'era in La Pira residuo di caratteri normanni o svevì. (lo ho conosciuto un normanno autentico di Sicilia, Lanza Del Vasto). Tutto in lui richiamava invece il tipo mediterraneo, se mai con marcati segni di provenienza dall'altra sponda: la statura piccola, il corpo flessuoso e sempre un po' come sospeso, il colore della pelle, le grosse labbra, gli occhi scintillanti, splendidi, penetrantissimi, che trapassano l'interlocutore e l'indescrivibile espressività mimica delle sue mani e del suo volto, che oltrepassavano sempre la parola e risolvevano tutto là dove la parola e il concetto restavano impotenti e quindi alla fine il fuoco, l'ardore luminoso, direi il calore bianco che emanava da tutto il suo essere. Un esempio significativo lo si può vedere nella fotografia col patriarca ortodosso di Mosca... 
Questa mediterraneità che era già iscritta, per natura, e poi per grazia, in tutta la personalità di La Pira, è un dato a cui La Pira è rimasto sempre fedele e che non ha mai permesso che egli si lasciasse assorbire, neppure culturalmente dal "settentrione": né dal settentrione italiano, oltre l'Appenino, al quale di regola era alquanto restio, perché sempre cosciente che il sud, l'estremo sud, aveva altrettanti e forse maggiori titoli a completare con i propri necessarissimi doni la realtà integrale della nazione. Né tanto meno era infatuato dal settentrione europeo, da un certo tipo di europeismo "occidentalistico", al quale non ha certo voluto contrapporsi, ma che in realtà non valutava troppo: e perciò non ha mai avuto cedimenti o tentazioni di farsi annettere come molti italiani subalpini in altre aree culturali dalla Francia, dalla Svizzera, dalla Germania. Sì, ha voluto e fatto realizzare a Firenze l'Università Europea. Ma per lui questa Europa non era in ultima analisi che solo un pezzo di Europa:
-  doveva invece essere tutta l'Europa: non solo il nord o l'ovest, ma anche l'est e il sud;
- appunto perché oltre tutto non poteva poi essere solo Europa, né solo Europa subalterna all'America ma invece doveva essere Europa e l'Africa. Europa e l'Asia, e il Mediterraneo era la grande via di comunicazione fra l'ovest e l'est e tra l'Europa stessa e l'Africa e l'Asia; 
- e non poteva essere solo l'Europa di una certa cultura, quella, come diceva lui con una punta negativa, cartesiana, delle idee chiare e distinte, della ragione e della scienza. Poteva e doveva essere solo l'Europa anche dell'immaginazione e dell'adorazione e del messianismo e a un tempo l'Europa del popoli esclusi dallo sviluppo tecnologico e capitalistico. 
E tutto questo, anche per una scelta che in lui si poteva fare, anno dopo anno, sempre più riflessa e matura, ma che era ancora prima un ineludibile impulso profondissimo della sua natura e insieme delle operazioni della grazia in lui, della sua vocazione. 
Ci dovremo tornare su. Per ora basti dire che appunto qui si tocca uno dei punti costitutivi, più immodificabili e a un. tempo più fecondi della stessa personalità spirituale di La Pira. La sua stessa intelligenza, nonostante che si sia piegata per anni, e con grandi risultati soprattutto appunto di carattere sistematico, a tutto il rigore del diritto romano, e poi a quello del tomismo, direttamente attinto, tuttavia con questo ha soltanto potuto dimostrare la propria disponibilità e agilità anche per le discipline più rigorose (a confutazione anticipata di quanti poi lo accuseranno di essere approssimativo e confuso). Ma non poteva trovare in questo né il suo pieno appagamento, né la sua realizzazione più feconda. 
Le bellezze geometriche del Diritto Romano 
A proposito va citata una lettera a Pugliatti del dicembre 1933, poco dopo la vittoria conseguita per la cattedra: «... Provo tanta gioia nel mio insegnamento: gli studenti mi seguono: ad essi io mi sforzo di mostrare le bellezze geometriche del diritto romano. Credilo, c'è tanta luce in questo panorama di istituti che offrono allo sguardo linee architettoniche così belle!» 
«Il Diritto Romano va insegnato così: mostrando queste prospettive ricche di simmetria; solo così il nostro insegnamento ha una funzione educativa di grande importanza.» 
«Come sarebbe bello se potessimo dare agli studi giuridici questo afflato di bellezza che solleva dalla tecnica pura alla visione di un panorama unitario!» 
«Dobbiamo fare circolare nei nostri studi queste luci di sapere che resero così attraenti gli studi dei nostri antichi. La tecnica deve affinare, non isterilire: deve essere feconda, non sterile.» 
«Non è vero? Noi soprattutto non dobbiamo dimettere quel fervore di bene nella ricerca che diede tanta nobiltà alle nostre prime iniziative. (...) La cattedra è uno strumento sacro e noi dobbiamo servircene per la verità.» 
La Pira non aveva ancora trent'anni. In realtà in lui c'era, sin dal principio, ben altro: doni veramente fuori del normale di intuizione e di immaginazione, una limpidità cristallina di visione, una freschezza sempre nuova nel saper cogliere le situazioni e soprattutto gli uomini nella loro dinamica, una libertà sovrana da ogni strumento sistematico, anche di quelli di cui si poteva volta a volta servire, una percezione acutissima della bellezza e dell'armonia, un senso poetico di tutto il reale e della vita, una creatività inesauribile che, per le cause supreme, non si arrendeva mai e che era già quasi un supporto naturale del suo incessante spes contra spem
Tutti i doni della sua gente, filtrati e risolti in positivo, da una estrema delicatezza che in certi momenti si sarebbe detta più femminile eppure lontanissima dall'essere effeminata, furono poi come incessantemente purificati e trasfigurati dalla fede, dalla coscienza sempre vigile e dalle operazioni della grazia: senza peraltro, che nessuno di quei doni naturali perdesse la sua nota e le sue valenze più caratteristiche. 
Così la sua stessa mimica, il suo sorriso, la sua risata contagiosa e mai incomposta, l'estrema leggerezza e soavità della sua carezza a un bimbo o di un cenno di intesa e di partecipazione a un anziano mendicante, la trasmissione della sua letizia sempre così pura e armonica, erano una dimensione così propria ed individuante della sua personalità, così potente ed effusiva, da farne -anche prima ed indipendentemente che cominciasse a parlare e ad esporre un pensiero o un insegnamento- già un dono originale per gli altri, una apocalissi del suo profondo, un balsamo, un tramite di liberazione, di pace. 
Egli in un certo senso è rimasto sempre genuinamente il piccolo siciliano, sbarcato a 22 anni a Firenze, con pochi soldi in tasca non suoi (come da più di 100 anni tanti altri suoi conterranei sono sbarcati a Milano o a Torino o a New York), ma col tesoro della sua intuizione e della sua poeticità e con quello ancora più prezioso della sua fede orante e amante. Scriveva: Sono davvero un po' disorientato, un po' troppo solo e la solitudine non è per me feconda di letizia... In albergo i soldi vanno via con una rapidità , eccessiva e non è giusto d'altronde buttare al vento i denari altrui. E' la i preghiera che sola rimane palpitante nell'animo mio. 
Da questa preghiera che coniuga e potenzia la sua immaginazione creatrice di figlio della Sicilia, scaturiranno tante cose: fra l'altro oltre 30 anni dopo i "Colloqui per il Mediterraneo", per tentare tutte le vie per l'indipendenza per l'Algeria, per la pace in Medio Oriente, per l'unità della famiglia di Abramo, e la concordia delle tre grandi religioni monoteistiche, per l'adorazione pacifica dell'unico Dio in Gerusalemme, ecc. ecc. 
Il credente La Pira 
È ora di parlare del credente La Pira. Che La Pira sia stato uno che ha partecipato della beatitudine proclamata da Elisabetta per Maria: "Beata tu che hai creduto" (Lc 1,45), lo sanno e lo ripetono tutti. 
Ma forse non si dice bene o non si capisce esattamente che cosa La Pira ha veramente creduto. E aggiungerei -perché forse questa è la cosa più importante- quando e come ha creduto La Pira. 
Si sa che La Pira ha creduto al Vangelo, a Cristo, alla Chiesa, al Papa, ai sacramenti, alla preghiera, ecc. Certo. Ma a scanso di equivoci occorrerebbero molte precisazioni. Ci limiteremo ad alcune, forse neppure le più essenziali. 
Si potrà dire -ed è stato detto- che La Pira ha creduto al Vangelo e alla Bibbia in modo ingenuo o comunque tale da saltare tutto il lavoro storico critico dell'ultimo secolo e il ripensamento ermeneutico degli ultimi decenni. 
Si può dirlo, ma non lo si dice con fondamento. Soprattutto si dimentica che La Pira era proprio specificamente attrezzato per questo: gli studi, criticamente ed ermeneuticamente, paralleli di diritto romano, specialmente da ricerca critica interpolazionistica del Digesto avevano spinto, molto più avanti della ricerca biblica, tutti gli strumenti più raffinati al riguardo. 
Forse non si sa da tutti: Emilio Betti, il suo grande maestro di diritto romano è stato anche uno dei più acuti elaboratori della teoria ermeneutica generale (dalla storia all'arte, dal diritto alla Bibbia), da mettere alla pari di Gadamer o di Ebeling. 
La Pira stesso già nei suoi saggi sulla genesi del sistema nella giurisprudenza romana degli anni '34-'37, ha mostrato con quale genialità e vigore potesse utilizzare e insieme trascendere quegli strumenti, per quanto raffinati, sul piano della loro stessa metodologia. 
Ma al di là di quello che anche lui sapeva o poteva sapere meglio di altri sul metodo critico dell'iter formativo di un singolo libro o di un singolo testo, restava in lui fermissima e trascendente la certezza e la capacità di estrarre dai singoli testi biblici il senso rivelato globale e di ricavarne le indicazioni salvifiche eminentemente unitarie e coerentemente orientanti l'agire del cristiano e della Chiesa. 
Quindi quando parla di Abramo e dell'unità originaria di Israele e di Ismaele, La Pira non ignora certo i problemi critici sollevati intorno al capitolo 12 o al capitolo 21 del Genesi o all'intera storia di Abramo, ma vede e sa cogliere l'indicazione globale sempre attuale di un certo nodo storico (anche come nodo storico) della storia della salvezza e non si discosta da esso, secondo la luce ermeneutica, l'interpretazione autentica che ne dà lo stesso Nuovo Testamento, per esempio nella lettera agli Ebrei. Così quando per anni e anni in tanti discorsi La Pira commenta e ricommenta il capo XIX di Isaia (Il sentiero di Isaia, Cultura Editrice, p. 206) non può ignorare i problemi sollevati appunto a proposito della seconda parte prosastica di quel capo, da cui egli deriva tutta la sua dottrina del "sentiero di Isaia" (p. 206). 
La Pira non li ignora, fino al punto che lui stesso vi allude (Ibid. p. 559) e in un certo senso li utilizza ma per eccedenza. Scrive consapevolmente: «Gli studi recenti mettono sempre più in luce questa "scoperta" fondamentale che specifica in modo tanto originale, organico, l'intiero pensiero profetico e l'intiera storiografia profetica di Isaia»(Ibid. p. 559). 
Per vie sempre più complesse ma condensate dalla sua grande capacità di sintesi, egli può continuare a tenere ferma la sua fede nel carisma profetico che guida non solo questa o quella personalità di profeta, ma l'intera comunità del popolo profetico: per cui anche se quel testo è posteriore ad Isaia, comunque resta l'intuizione della sua prima giovinezza: che si tratta di parola di Dio, e che deve essere superata la fase di approccio preparatorio al testo e accolto nella sua sostanza il messaggio salvifico, valido anche dopo l’età del metodo storico- critico. 
E' in questo senso che nella sua "lettera prima" egli scriveva: «Il cattolicesimo è per questo l'ineffabile depositario della Parola di Dio: non si limita ad una sterile critica dei testi o a una disattenta e arbitraria ! interpretazione intellettuale della Carità». 
La fede in Cristo Risorto 

Non si può imputare a La Pira e alla sua fede un ingenuo biblicismo oppure un grezzo fondamentalismo biblico. 
Ancor più fondamentale è la fede di La Pira, esplicita e a tutto applicata, in Cristo Risorto: Cristo risorto è innalzato (glorificato), con il quale tutta la realtà, veramente tutto il cosmo, si trova in un rapporto di attrazione viva ed invincibile. 
La Pira ha lungamente, in molti modi e in molte occasioni, elaborato questo oggetto supremo della sua fede. 
Qui divengono impossibili tante sono le citazioni. Ma è soprattutto nel discorso del 15 novembre 1963 su "Il mistero di Cristo nella prospettiva della nuova età del mondo" che La Pira chiarisce e sistematizza il suo pensiero. 
«Questo punto assiomatico esiste: esso è costituito dal fatto "fondamentale, e finale" che centralizza e finalizza (causa in certo senso efficiente e finale; alfa e omega) l'intera storia del cosmo e dei popoli. E' il fatto della Risurrezione di Cristo (al quale, come a loro centro, ed a loro fine, si riconducono "i fatti" anteriori della Pentecoste e del Ritorno). 
Cristo Redentore, alfa ed omega, principio e fine, punto di partenza e arrivo della storia totale de mondo! 
Questo fatto centrale del cristianesimo e di tutta la Rivelazione biblica (tutta la Rivelazione biblica tende al Risorto e riparte da Lui); questo "punto assiomatico, attrattivo ed apocalittico del mondo" torna a "riemergere (se così può dirsi), come "monte altissimo", elevato sul mondo intero e torna a riempire con la Sua presenza soprannaturale, attrattiva ed orientatrice -a tutti i livelli di pensiero e di azione- questa nuovissima apocalittica, età del mondo». (p. 21) 
«Quale rapporto esiste, di che natura, fra Cristo Risorto e tutta la realtà; cioè fra Cristo Risorto e la realtà cosmica; fra Cristo Risorto e la persona umana; fra Cristo Risorto e la Chiesa (da Lui avviata e da Lui attratta nel cammino storico verso tutte le nazioni); fra Cristo Risorto e la storia intera -in movimento, in cammino- dei popoli (Israele e tutte le nazioni)?
Qualunque sia il contesto storico nel quale gli uomini (ed i popoli) si trovano e si troveranno nel corso dei secoli, l'esistenza del 'punto assiomatico’, Cristo Risorto, e dei tre rapporti che vi si fondano, ci fa certi circa il fine verso cui è avviato il cammino della persona, quello della Chiesa e quello della storia (dei popoli). 
La persona ha questa struttura, ha questo cammino ed ha questo fine (terrestre e celeste); la Chiesa ha questa struttura, ha questo cammino ed ha questo fine (terrestre e celeste).
Ecco tre immutabili certezze! 
Tutti i mutamenti che potranno avvenire nella storia del mondo -anche i più avventurosi ed impensabili- non potranno infatti mai mutare la struttura ed il fine di questi rapporti. Essi sono, infatti radicati sul "punto assiomatico", per definizione immutabile: su Cristo Risorto. Questi tre rapporti costituiscono -mi si permetta questa immagine di origine biblica- quasi tre cieli aventi ciascuno una stella attrattiva ed orientratrice del cammino individuale e collettivo degli uomini. 
Il cielo interiore della persona, ove splende, orientatrice ed attrattiva del cammino e del destino della persona (anche se offuscata dalle nuvole dell'ignoranza e della colpa), la stella del mattino. 
Il cielo della Chiesa, che copre tutta la terra, e dove splende per dare grazia, luce, unità e pace a tutti gli uomini ed a tutti i popoli la stella di Betlemme. 
Il cielo della storia, che copre tutti i popoli e tutti i secoli, dove splende, orientatrice ed attrattiva del cammino e del destino di tutti i popoli e di tutti i secoli, la "stella di Giacobbe". 
Questi 'tre cieli' e queste 'tre stelle' sono il riflesso del 'Cielo del Risorto': -un cielo nel quale egli stesso splende come stella del mattino e che si specchia -in certo senso- nella persona, nella Chiesa, nella storia»
Sono state fatte molte obiezioni alla così detta "fisica" della risurrezione di La Pira. 
Certo La Pira dava al suo realismo della risurrezione anche un andamento fisicizzante, o meglio direi col Rosmini, "iperfisico": ma può essere inteso pro bona parte, perché La Pira in questo era molto più vicino alla mentalità semitica che a quella idealistica, aveva una concezione antropologica globale molto unitaria, non si poteva arrestare né accontentare del solo spirito, ma coinvolgeva anche il corpo.
Per questo: non perché non potesse comprendere le differenze fra fatto storico-positivo e fatto reale, o perché non potesse afferrare in che senso la Risurrezione di Cristo -e a un tempo elevazione- sia, come dice Koch, «lontana da ogni immagine corrente sulla Risurrezione: cioè quanto essa sia un fatto inesprimibile e incomparabile e quindi quale sia la misura della sua incomprensibilità e dell'incomprensibilità della nuova creazione con essa iniziata».
Ma d'altra parte, La Pira si sentiva di saltare a pie' pari qualunque teologia che i ponesse anche il più sottile velo tra Lui e l'effettività della Risurrezione e l'attrazione invincibile di tutto l'uomo, di tutta la realtà, spirito e materia, nel Corpo glorificato del Crocifisso-Risorto. 
La "fisicità" della Risurrezione 
Non so se La Pira l'abbia letta, ma certo egli si sarebbe ritrovato in questa affermazione del Regenstorf che dice che secondo il Nuovo Testamento la Risurrezione di Cristo è "l'azione divina che decide di tutto" e con cui "la questione di Dio è posta inevitabilmente". Non poteva invece ritrovarsi in Bultmann (come non si sarebbe mai ritrovato in Hegel) e neppure nelle spiegazioni di Marxsen (correggente Bultmann) perché per La Pira i discepoli hanno veramente veduto Gesù e questo vedere è inequivocabilmente l'immediata esperienza di Gesù come Risorto e innalzato. Questo immediato vedere non può ridursi all'avere una visione che poi, mediante un'interpretazione corrente, e cioè mediante una conclusione deduttiva proposta dalle consuete -giudaiche- rappresentazioni, venga spiegato come risorto dai morti. 
In questo senso per La Pira, la fisicità stessa (sia pure misteriosa e incomprensibile) della vita del Risorto e della sua potenza gloriosa omniattrattiva, è ineludibile. 
Si potrebbe continuare a lungo su questo tema: ma non è propriamente questo l'oggetto del mio discorso. 
L'oggetto è un altro. Per me è di massima importanza, nell'interpretazione della personalità di La Pira, un'affermazione precisa: 
la fede di La Plra, come fede realistlca nel Risorto, quale il Polo supremo di attrattiva e di trasfigurazione di tutta la realtà, era già tutta costituita quando lui a 21 anni scriveva la "lettera prima". 
Dopo si sono aggiunte tante altre cose: ...Vito Fornari, ...Tomismo, ... Theillard, ...l'Apocalisse, specie nell'interpretazione del P. Ferret, ecc. Ma tutti questi erano puri strumenti di pensiero che La Pira non prendeva alla leggera (poiché era sempre in tutto molto serio ed onesto) ma che a un tempo non lo catturavano mai: il suo pensiero e il suo cuore, la sua certezza, la sua creatività e il suo ottimismo inventivo restavano sempre al di là, in una sfera superiore, libera e liberante. Valevano per questo soprattutto le sue formule più elementari. E qui conviene ritornare alla "lettera prima", dove si parla già di sperimentazione, di cui parla assai più tardi nei discorsi più elaborati: e si trova anche la certezza della autenticità di questa sperimentazione. Scriveva infatti già nel 1925: 
«Il Cattolicesimo... non si limita ad una sterile critica dei testi o ad una disattenta e arbitraria interpretazione intellettuale della Carità. E' Azione: cooperazione fattiva di Dio e dell'uomo: gettar mille ponti che permettono il passaggio dalla terra a Dio: vuole che ogni uomo esperimenti -sia pure in minima parte- le delizie della santità e inizi l'ascesa della scala mistica che Gesù Cristo pose fra la terra e cielo. Ora questi esperimenti sono concreti, richiedono tutto l'uomo, nella sua bellezza interna ed esteriore». 
E vi si trova anche l'inevitabile coerenza globale dei suoi effetti: 
«La pace che l'animo possiede deve rispandersi sulle cose della terra, per sollevarle, ordinarie, purificarle. E tutta la sublime sapienza della Chiesa non ha altro fine che questa armonia sempre accresciuta, che questa sempre più perfetta aderenza del mondo interiore ed esteriore». 
Passeremo dopo a vedere le conseguenze di questa presa sul reale (da parte della fede), fino alle sue estreme conseguenze: anche nel senso della laicità di La Pira e della sua tolleranza. 
Quel che preme ora affermare è che se l'intimo nucleo della personalità di La Pira è la sua fede tutto il nucleo della sua personalità era dato, era maturo, era adulto ai suoi 21 anni. Era adulto in un senso tanto diverso da quello di cui, dopo Bonhoefer, è venuto di moda parlare: di "mondo adulto", di "persona adulta", di "fede adulta" (cioè di mondo, persona e fede dell'età posteriore alla critica). 
Ma nel senso in cui ne parla il Nuovo Testamento, e particolarmente la lettera agli Ebrei, cap. 6 e segg. 
La Pasqua del 1924 
Cioè, a mio avviso si doveva essere già pienamente realizzata in La Pira non solo la credenza certa della Risurrezione, ma ben più l'esperienza sicura, specialmente nella preghiera, della presenza viva di Cristo Sommo Sacerdote della nuova ed eterna alleanza penetrato nell'intimo del Santuario di Dio, come sacerdote e come vittima, se stesso al Padre (Eb 6,1-3; 7-9). 
La documentazione sinora raccolta sugli anni giovanili non è abbondantissima, ma è significativa. E comunque resta questa "lettera prima" che mette sulla pista sin dalle prime righe. La sperimentazione costitutiva doveva essere già avvenuta: (lettera a Pugliatti del settembre 1933) “Perché non ricevere nella tua anima sacramentato quel Dio che per amore si è nascosto sotto le specie del pane? Quale ineffabile dolcezza, credilo, per le anime che con fede e desiderio si accostano alla S. Comunione: è un'alba nuova per la vita. lo non dimenticherò mai quella Pasqua 1924, in cui ricevetti Gesù Eucaristico: risentii nelle vene circolare un'innocenza così piena, da non potere trattenere il canto e la felicità smisurata “.
Il fatto decisivo ed irreversibile, aggregante, unificante tutti gli altri doni di natura e di grazia, è avvenuto allora: La Pira ha visto allora il Risorto. Mi azzarderei a dire di questo "aver visto" che è qualche cosa di più che un sentimento o una percezione spirituale, io credo che sia stata una reale esperienza mistica). 
Dice nella stessa lettera a Pugliatti: “La voce soave di Gesù Cristo ha ferito il tuo cuore e all'anima tua è ormai apparso, nelle sue linee divinamente armoniose, l'orizzonte del Regno Eterno! Come è ricca di risonanze pure e virginee la Casa Paterna! L'anima tua si affaccia ora, direi quasi, con un senso di meraviglia da terrazze nuove che offrono innanzi a sé lo spettacolo consolante della celeste Gerusalemme “.
E più sotto:
“Che cosa è mai questo gorgogliare di fonti sacre in noi, questa rugiada letificante se non l'esperienza di Dio in noi e come il tocco dello Spirito vivificatore? E' il segno infallibile della rinascita: quello che diceva Gesù a Nicodemo ‘se non rinascete dall'acqua e dallo Spirito Santo non vedrete il Regno di Dio' “

Una scelta irrevocabile 
Questa lettera va riletta e meditata per intero insieme alla splendida lettera del luglio 1930 e a queste espressioni della lettera del 4 gennaio 1934: 
A quale altra meta tendiamo? C'è forse uno scopo diverso nella nostra vita? Se il mistero dell'Incarnazione è vero -e quale dolce grandezza e bellezza in questo mistero! -tutta la nostra anima non può che polarizzarsi intorno a Gesù Cristo! Siamo stati creati solo per conoscere questo Primogenito di ogni creatura che è al tempo stesso il Verbo Creatore. 
Quando l'anima nostra è più pura, nei giorni di sole interiore, noi comprendiamo perfettamente che siamo chiamati a trascendere il visibile e lo spirituale per affinarci nella visione del divino. 
Dimmi: quando interiormente ci sentiamo assetati di bellezza e di poesia, non abbiamo sete di Dio -e di Gesù Cristo- che è la fonte di ogni bellezza e di ogni poesia? Quando le giornate luminose recano al cuore nostro un gaudio soave, non è forse ciò causato dalla invisibile luce divina che a noi comunica per mezzo di quella visibile? Quando ci ferma la bellezza di un giglio, non è forse la bellezza del giglio delle convalli -di Gesù Cristo-che ci attira ?
Quello che per S. Francesco può essere stato l'esperienza di S. Damiano o per S. Ignazio di Loyola l'esperienza di Manresa doveva essersi già compiuto in Giorgio La Pira a venti anni, nella Pasqua del 1924. La nuova identità era già stata sì, da almeno due anni, cercata ma non acquisita, bensì donata e donata in pienezza.
Credo esatta l'osservazione del Finzi che pubblicando due lettere giovanili di La Pira a Salvatore Quasimodo scrive: “Le sue lettere recano, nonostante l'età giovanile, un'impronta severa e quasi definitiva, nel segno mistico di una scelta irrevocabile”. Ecco perché tutto il resto dal di fuori non può aggiungervi molto: se non occasioni e modalità di esplicitazione. Ecco perché vi può essere solo dal di dentro un progresso che scaturisce solo dalla fedeltà momento per momento alla nuova identità avuta in dono e dalla coerenza delle sue virtualità -soprattutto di distacco, di umiltà, di purificazione e di amore oblativo inventivo e costruttivo- giorno per giorno. 
Certo, vi sono poi altre articolazioni essenziali: i sacramenti, la Chiesa, esperimentata soprattutto come sacramento di comunione; il Papa, i Vescovi; : ma tutto questo come sviluppo coerente e mezzo accrescitivo di quel dato primario fondamentale, sperimentato nel proprio universo interiore al contatto con l'universo della Parola di Dio e del Verbo Incarnato, Crocifisso e Risorto. 
Ne vengono subito come inarrestabili conseguenze l'anelito alla fratellanza universale di tutti gli uomini, all'unità di genere umano, anticipazione della città celeste: 
Ho desiderato con ardore proprio fervido la mia presenza a Roma assieme alle innumerevoli schiere di fratelli d'ogni nazione lì convenuti per pregare sulle tombe degli Apostoli e presso i luoghi che testimoniarono per primi la Verità al mondo! Roma -questo sogno di tutti gli animi cristiani- mi è apparsa e mi appare più grande ancora di ogni pensiero umano: è il riflesso di un'unità celeste, la visione terrena della celeste Gerusalemme.
Non è proprio semplice partecipare ad una preghiera comune che cinquantamila giovani convenuti da ogni parte del mondo innalzano a Dio in tutte le lingue, ma con un'unica significazione! La vita cattolica ha tesori che solo le anime credenti possono intendere ed esperimentare e questo delle grazie che questo anno giubilare accresce nei cuori non è tra I tesori meno apprezzabili: è l'unico palpito di fratellanza che veramente solleva tutti i figli sino alla gloria del Padre comune. 
Le sofferenze di La Pira 
Un'altra osservazione capitale sull'esperienza fondante come si ricava dalla prima lettera. La lettera non incomincia con squilli di gioia della tipica gioia comunicativa lapiriana. Comincia -è proprio questo il trapasso dalle casse di marmellata alle comunicazioni intime con l'accenno ad esperienze di "povertà e nudità" e soprattutto di senso di lontananza da Dio. 
Questa sarà, a mio avviso, proprio secondo il testo di Paolo da me citato, un'altra dimensione sempre o quasi sempre coesistente con l'esperienza del Risorto: l'insostenibilità della propria nudità di fronte a Dio, l'angoscia che in certi momenti e per certi periodi interminabili lo prendeva per la lontananza e l'assenza di Dio dal suo cuore, tanto più dolorosa quanto più avveniva dopo averne sperimentato la presenza pienificante e gaudiosa. 
Certo altri ha già parlato delle sofferenze di La Pira: ma non abbastanza e soprattutto con una scarsa percezione delle più grandi. 
Si è parlato dell'incomprensione della gente, del rifiuto, delle canzonature, dello sprezzo, dell'emarginazione da parte di tanti, persino degli amici politici più stretti. Si è parlato anche del sospetto verso di lui da parte di larghissime zone della comunità ecclesiale e della sue autorità più costituite. Si è parlato di crollo delle sue strategie di pace e anzi del cupo emergere della strategia della tensione e della follia della lotta armata e finalmente della minaccia atomica sullo stesso Mediterraneo. 
Immensi dolori di La Pira questi, ma non ancora tutti, né forse i più gravi. 
lo ho visto La Pira in momenti di successo e di relativa serenità esterna, l'ho visto spaventosamente abbattuto, annientato. 
Non dimenticherò mai un periodo piuttosto lungo all'inizio o quasi della nostra convivenza romana, ancora in via Bonifacio VIII, a cavallo dell'autunno-inverno 1945 inizio 1946. 
Non c'erano ragioni apparenti di contraddizioni dall'esterno. Eppure tutta la sua vitalità e la sua capacità di gioia sembravano spente. Passava ore ed ore steso sul letto, senza sorriso, senza vita, con un dolore e un candore indescrivibile: niente di incomposto e di tormentato, ma solo con un atteggiamento di abbandono dolcissimo a una sofferenza misteriosa che non mi è parso mai l'analogo di altre sofferenze umane possibili, e che richiamava l'atteggiamento di un agnello.
Ho sempre presunto di intuire che quei momenti o periodi (e ce ne furono ben altri durante i trent'anni successivi.) non fossero altro che grandi purificazioni passive, lo spegnersi di tutte le stelle, non tanto di quelle dei suoi orizzonti terreni, ma lo spegnersi o l'eclissarsi nel suo cuore dell'unica "stella del mattino": la scomparsa di Dio, la scomparsa del Cristo Risorto, lo sprofondare della sua anima nella morte di Cristo... nell'attesa non cupa, ma dolce e rassegnata del ritorno del sorriso di Dio, come appunto dice in questa lettera prima: 
lo povero e nudo -come i filosofi. Cioè, mi spiego: la vita del pensiero è il vestigio massimo dell'umana dignità e dell'umana bellezza. Cuore e mente sono finestre aperte sul mondo sovrasensibile, richiami di armonie e introduzione umana nella vita stessa di Dio. Ma quanto distano le nostre più i audaci realizzazioni interiori e l'insufficienza della vita quotidiana dalle speranze più eccelse! La vita cristiana è un esercizio perpetuo e un esperimento sempre più approfondito della nostra insufficienza di tutti i tempi. Legami di ogni genere velano di uno spesso velo i raggi della Carità e ostacolano i richiami della Grazia. Egli è per questo che la nostra povertà non ha confine e la nostra nudità è insostenibile: solo il sorriso di Dio ci fa pensosi di questa mancanza e quindi desiderosi della sua sublime pienezza.
E per questo, quando ho potuto leggere questa lettera (evidentemente dopo la sua morte) vi ho trovato tutto il grande Amico diletto già costituito in tutta la sua personalità di natura e di grazia e persino nell'esperienza avvertitissima delle necessarie ambivalenze, per il cristiano, di gioia e di dolore, di tenebre e di luce, di vita e di morte. 
Perciò non mi pare di potere accettare -lo dico solo non polemicamente, ma per doverosa chiarificazione di tutto il mio pensiero- l'ipotesi di una sua seconda conversione, per la scoperta più tarda di qualche cosa di assolutamente nuovo che non avrebbe mai concepito prima. 
Avrebbe cioè scoperto non il povero della Messa della Badia -che sarebbe ancora fuori della storia- ma il disoccupato, lo sfrattato, che è un prodotto della storia: cioè avrebbe scoperto la concretezza della patologia sociale del mondo e avrebbe scoperto l'assoluta novità del tempo presente dell'era atomica. 
C'è un'abissale differenza tra la sua scoperta della Pasqua del 1924 (Dio è il Risorto) con tutte le sue possibili implicazioni vitali e le scoperte che La Pira avrebbe fatto da un certo punto in poi. 
A mio avviso sono scoperte che egli aveva fatte, in atto o in potenza, da un pezzo, anche se ha voluto in qualche modo datarle. La Pira, interpellato, direbbe scolasticamente: "Nego veritatem".
In realtà, la storia c'era anche prima -e come!- nell'anima di la Pira: c'era già nella sua prima e unica conversione (non si dà conversione altro che a Dio) la quale, per essere stata piena e totale, lo rendeva via via disponibile a tutte le enucleazioni naturali che gli anni e le circostanze gli avrebbero fatto intendere in modo sempre più vitale. 
Insomma, a mio avviso si è maggiorato il senso della confessione di la Pira al Congresso dei giuristi cattolici del 1951: credo di potere attestare (come partecipante a quel convegno e uditore diretto del discorso di La Pira, soprattutto in dialogo con Carnelutti) l'ovvia ironicità didascalica dell' atto penitenziale di la Pira. Quel tanto che può restare è che egli intendeva sottolineare l'emergenza nuova della patologia sociale del nostro mondo, come dell'apodtticità dell'era atomica e, da crjstiano coerente, ne ricavava conseguenze per lui del tutto ovvie. 
La laicità di La Pira 
Mi sia consentito un ultimo rilievo sempre fondato sulla "lettera prima". In essa già si trova con evidenza la nota laicale che ha poi sempre caratterizzato il credente la Pira. 
Tale nota aveva certo radici profondissime. Mi raccontò quello che forse altri han sentito dire, cioè che lo zio un giorno nel sedersi a tavola disse in modo sorpreso e solenne: "I miei occhi hanno visto mio nipote con un prete". Per capire la portata di questa scena domestica e tutto quella che essa implicava di precedenti, ci si può rifare ad alcune novelle di Pirandello in cui si palpa il livore irriducibile di certi ambienti isolani infiltrati dalla massoneria di paese mini-borghese. 
E tutto questo non dovrebbe essere stato senza conseguenze sull'anima di La Pira adolescente, sulle vicende preparatorie della sua stessa conversione, sul timbro laicale della sua vocazione, sul suo rapporto col clero. 
Tanto egli serbò una gratitudine memore e calda verso certi sacerdoti che gli furono di esempio e di aiuto -come Onofrio Tripodo o come il non mai dimenticato Mariano Rampolla del Tindaro- altrettanto egli ebbe come una sospensione cauta verso tanti altri preti: in genere operava verso tutti i sacerdoti pur nella deferenza di fede, un filtraggio sereno ma esigente, che poteva divenire talvolta lucidamente accorato.
Lui che pareva sacralizzare tutto, che è riuscito a portare a Messa in S. Croce il sindaco di Mosca durante la guerra fredda, ricuperava anche a tutte le cose una specie di verginità creaturale, come cancellando da esse ogni incrostazione clericale. 
E perciò poteva stabilire un dialogo con qualunque altro uomo che mostrasse una certa limpidità di sguardo: specialmente verso le cose concrete di cui gli uomini hanno bisogno. 
La lettera così conclude parlando direttamente al cuore del non facile zio: 
Voi direte: ma a chi conti tutto questo? Rispondo: gli avversari bisogna scovarli nel loro cuore e valutare in questa infallibile sede quello che valgono in verità e bellezza e sacrificio il loro pensiero e la loro fede. Nessuno può giudicare solo con un gioco di idee mal messe: l'animo è la rocca imprendibile di ogni grande concezione, specie se divina. 
Comprendo che non tutti sono capaci di intendere queste valutazioni: noi possediamo (io almeno) come principio l'aureo detto: Non gettare le pietre preziose innanzi ai cani.
Ma a un animo dove, se non esplicitamente, implicitamente però l'azione di Dio è sostegno e difesa di tutte le avversità, seminagione feconda di pensieri morali e di carità disinteressata, queste comunicazioni intime possono e debbono farsi: perché ci è legge, di penetrare ogni cosa e ogni cuore con generoso desiderio di pace
Scusatemi se ripeto per la quinta volta: tutto La Pira è già dato, pur se resterà sempre vivo, anzi sempre si rinnoverà nella sua giovinezza, nella sua freschezza e anche nella sua imprevedibilità, nella sua immaginazione creatrice. 
Ed anche questo scaturiva sempre dall'oggetto fondamentale della sua fede: il Cristo risorto. 
Come giustamente ha veduto il P. Balducci “in La Pira questa dilatazione cosmica del Cristo non assecondava nessuna intenzione di imperialismo spirituale. Anzi, con uno di quei trapassi che lo rendevano così sconcertante, La Pira usava della sua "fisica della risurrezione" per sminuire l'importanza della distinzione fra credenti e non credenti; dato che ai suoi occhi tutta la realtà era intimamente qualificata sustantialiter dall'evento della risurrezione, per cui tutti gli uomini sono interni, lo sappiano o no, ad un disegno di salvezza di efficacia oggettiva. Di qui l'assenza in lui di ogni proselitismo, la facilità con cui parlava con gli atei usando del proprio linguaggio di fede senza nessun tono provocatorio, con la semplicità di chi, facendo dei calcoli, usa del metodo decimale”. 
L'argomento, in ragione, appunto, della cosmicità dell'evento della risurrezione, acquistava una sua intrinseca laicità, raggiungendo conseguenze facilmente adottabili anche da un non credente, purché aperto al rinnovamento del mondo. Il monologo di fede riusciva ad essere anche un dialogo, improntato alla letizia della speranza” (Testimonianze 203-206 p. 156). 
Perciò, pur essendo così saldo, anzi proprio perché era così irremovibile nelle sue convinzioni supreme, ha potuto dialogare con tutti e infine da tutti, almeno da quanti più gli erano lontani, è stato rispettato e talvolta cercato. 
Disse una volta: «Sono stato creato per il dialogo con loro (i comunisti russi), per la loro attrazione alla Chiesa, per il crollo dell'ateismo distorto» (F. Mazzei, La Pira cose viste e ascoltate, p. 9 ed LEF). 
E nella Lettera alle claustrali del 6 ottobre 1960, dopo la conclusione del II colloquio mediterraneo, scriveva: 
“Sento davvero che questa è la mia vocazione: il Signore ha preso il mio totale nulla (e non faccio retorica!), ha preso le mie 'ossa' (come nell'immagine di Ezechiele) e vi ha infuso questo soffio 'missionario' che si estende a tutti i popoli del mondo. 
E' così strano questo fatto: eppure ne ho ogni giorno esperienza. 
Un nulla radicale che è tuttavia un lievito di speranza a livello di tutte le genti! 
La cosa mi reca davvero stupore, quando ci penso: possibile? Eppure i fatti mi costringono a dire: sì, è possibile; Dio può tutto, anche questo! E' così!"
Questo dialogo aveva per oggetto specialmente: 
-la povera gente;
-il diritto di ogni uomo al lavoro e alla casa; 
-la città e la convivenza civile armoniosa e feconda; 
-ma anche il tempo libero e lo spazio per la bellezza e per la ricerca di Dio e per la sua adorazione; 
-la recisione del ramo secco dell'ateismo russo; 
-la difesa della pace universale come unica alternativa al rogo atomico dell'umanità e del pianeta. 
E ancora e più specificatamente: 
-l'unità della famiglia di Abramo (Israele ed Ismaele) e la pace dei popoli i mediterranei, tanto che poteva dire: 
Altro scopo non abbiamo avuto a Firenze... che aiutare l'emergenza storica dei popoli arabi” (Il sentiero di Isaia, pp. 552, 553, 556, 557): 
-quale "unità essenziale e quasi premessa all'unità degli altri popoli". (Il sentiero di Isaia, p. 560). 
Ma al di là dei dialoghi -molti dei quali, verso la fine entrarono in crisi, fino a spezzarsi- c'erano... sì, le sue preghiere che egli ha disseminato in tutti i santuari e in tutte le roccheforti del mondo... e ancora le benedizioni invisibili che egli elargiva con un segno contratto e pudico per tutte le strade del mondo. 
Come attestano Paola e Teresa Pugliatti, le figlie dell'amico mai dimenticato della sua prima giovinezza, Salvatore Pugliatti, questo gran signore del diritto e del sapere laico, alla fine di tanti incontri soleva chiedergli, tra il serio e il faceto: "Giorgio, dammi la tua benedizione"... 
Ed egli stesso ha detto una volta: Il Signore mi fa essere come un sacramento, devo riportargli, devo toccare quello che altri non può raggiungere. 
Ed era un tocco lievissimo e rasserenante. 
Ci sarebbero altre cose di cui parlare: della sua libertà, con cui Cristo ci ha liberati, della sua povertà, fonte di tanta ricchezza e indipendenza, della sua ubbidienza, per cui pochi come lui sono stati uniti in una maniera così ombelicale alla Chiesa Madre e tuttavia pochi come lui si sono potuti permettere così grandi elongazioni... fino al Cremlino ed al Vietnam. 
L'eredità di La Pira 
L'eredità che rimane. Il primo libro di La Pira è un grosso volume su La successione intestata e contro il testamento in diritto romano. 
La Pira è morto intestato: non ha nominato eredi e nominarli sarebbe stato contro il suo spirito. I suoi eredi non sono questi piuttosto che quelli, i vicini piuttosto che i lontani, non i concittadini e i connazionali piuttosto che gli uomini di altre patrie, quelli che hanno partecipato a una parte del suo itinerario e quelli che l'hanno incontrato una volta soltanto casualmente: invece sono tutti gli uomini di buona volontà del mondo intero. 
Della sua eredità, dopo dieci anni, non è stato fatto ancora un inventario completo (non è ancora possibile farlo anche se molte cose possono essere state dette). 
Si può solo ora intuire che egli -povero e nudo- ha lasciato come alcuni ricchi romani dell'età imperiale, praedia e beni in molte province dell'impero: dall'Africa alla Siria, dalla Palestina alla Slavonia: alcuni beni più noti, ma non è detto che siano i più estesi ed opulenti. 
Si è preteso da qualcuno di elencare anche delle passività dell'eredità lapiriana, ma secondo un metodo interpretativo forse più brillante che esatto. 
Credo di dovere consentire a quanto ha scritto, un anno dopo la morte di La Pira, Ludovico Grassi a proposito di certi rilievi mossi alla sua azione politica. (Ludovico Grassi, La Pira e la politica della fede). “Credo che La Pira fosse troppo intelligente e consapevole e, a suo modo, moderno, per non capire da un iato che tra prospettiva mistica e profetica e dimensione politica si poteva produrre corto-circuito (e il conseguente appiattimento dei due termini del rapporto) e, dall'altro, che le mediazioni ideologiche, strutturali e di intervento (dal progetto agli strumenti: per es. il partito politico), dovessero fare i conti con la peculiarità delle situazioni storiche, di quella italiana in particolare, con quelle determinate forze in campo (Chiesa compresa), con quel tipo di attuazione "materiale" della costituzione democratica. E penso che l'insistere sulle carenze della mediazione ideologica e partitica in La Pira produca uno schema ermeneutico inadeguato e alla fine fuoriviante". 
“Avanzo l'ipotesi che si tratti di carenze volute, o almeno consapevoli ("nous sommes des stupides conscients!"), fondate sul rispetto della peculiarità e della autonomia (gratuità) dell'esperienza di fede e della sostanziale laicità dell'esperienza politica”.
Non credo neppure che oggi mi faccia velo l'affetto apologetico: anzi direi che da tutta la sua esposizione possono essersi colte non poche differenze su punti rilevanti. 
E' certo che La Pira ha visto, e giustamente misurato ben presto, l'impossibilità di vere riforme di struttura nel contesto politico e sociale italiano: dati gli strumenti culturali e operativi che allora si potevano possedere, e dati i limiti assai ristretti e gravosi posti dalla situazione internazionale ed ecclesiale. 
Per questo, e per la urgenza e la pregiudizialità del problema i della pace e della guerra e del problema (tuttora irrlsolto) di un minimo di autonomia alle nazioni inserite nel sistema dei due ì blocchi contrapposti, molto sapientemente La Pira ha abbandonato -senza teorizzazioni e senza denunzie- la politica interna e si è rivolto alla "sua" politica estera. 
E di, questo dovremmo essergli tutti molto grati: se non altro perché ha dato un fattivo esempio di vero interesse alla politica Internazionale: rarissimo in un li paese come il nostro in cui la politica estera, per tradizione ininterrotta, è stata sempre esclusivamente gestita dal vertici supremi (il re e qualche suo ministro, poi il duce, poi lo stesso De Gasperi) senza nessuna partecipazione del popolo, lasciato sempre impreparato sul piano delle informazioni, delle lingue, della conoscenza delle culture e dei vari problemi economici internazionali. 
Dobbiamo essergli grati perché egli una certa politica estera l'ha veramente fatta: anzi in certi anni egli è stato quasi l'unico e cosciente operatore italiano sui piani internazionali. Ed ora rileggendo i suoi volumi e le sue lettere bisogna dargli atto che conosceva e seguiva tempestivamente tutti gli avvenimenti internazionali, con ampio orizzonte, con consapevolezza dei rischi, e con una precisa e indomita volontà di pace.
E per il resto? Che si ha da ritenere di tanti discorsi, scritti, dottrine, interventi, gesti? Come interpretarli? Possono forse fornire delle chiavi ermeneutiche le proposte di una sua oscillazione tra "silenzio teorico" e "irruzioni politiche" " Oppure tra "fabulazione mitica" e "calcolo realistico"? 
Io credo che per grande parte del patrimonio di La Pira, inventariato e non inventariato sinora, si possa proporre una soluzione interpretativa che può ridare valore a molte delle sue cose, forse, anche a quelle che possono sembrare più caduche: delle sue parole, dei suoi insegnamenti e dei suoi interventi: per esempio, per la requisizione delle ville fiorentine o per la cosiddetta "dottrina di Cesarea".
Le parabole di La Pira 
Non sono dei miti e neppure dottrine medioevali senza nessun significato e validità attuale. 
Sono delle vere parabole: anche i gesti al mondo degli antichi profeti che esprimevano un insegnamento salvifico con le loro azioni o i loro mimi (per esempio, Osea quando gli fu imposto di sposare una meretrice o Ezechiele quando mimò la partenza di un emigrante). 
Si sa che nelle parabole non ogni elemento può avere un significato, come invece si dà nelle allegorie. Nelle parabole se mai si tratta di elementi di contorno che servono per richiamare l'attenzione degli ascoltatori e per provocare una certa tensione e per aumentare la sorpresa. 
Ma il significato vero della parabola è da ricercare solo nella sua punta. C'è una pagina di un autore contemporaneo (Joachim Jeremias, Le parabole di Gesù, pp. 222-223), ma ormai classico, sulle parabole di Gesù che illustra molto bene questa nota caratteristica delle parabole, a proposito della parabola davvero sconvolgente del fattore infedele (Lc. 16). 
Il senso di disagio urtante, su cui si è ampiamente discusso in tutti i tempi, provocato dal fatto che questa parabola presenti come modello uno scellerato, dovrebbe sparire se si considera il racconto nella sua consistenza originaria (vv. 1-8). Come nella parabola del ladro notturno, Gesù si riallaccia ad un avvenimento concreto, che gli deve essere stato narrato con indignazione. Egli lo ha scelto apposta come esempio, perché in tal modo poteva essere sicuro di suscitare doppia attenzione in uditori che ancora non lo conoscevano. Questi si aspettano che Gesù concluda con una parola di aspra riprovazione. Invece vengono colti completamente di sorpresa, perché Gesù loda l'imbroglione. Siete indignati? Imparate la lezione! Voi siete proprio nella stessa situazione di quel fattore, che aveva il coltello alla gola ed era minacciato dalla rovina della sua esistenza -solo che la crisi che vi minaccia, nella quale anzi voi siete già in pieno, è incomparabilmente più spaventosa. Quest'uomo era fronimos (v. 8a), vale a dire ha afferrato la criticità della situazione. Non ha lasciato correre le cose, egli ha agito all'ultimo minuto, prima che la sventura incombente precipitasse su di lui -certo ha agito fraudolentemente senza alcuno scrupolo (v. 8), Gesù non lo nega, ma non è questa la questione: egli ha agito audacemente, con decisione e intelligenza, e si è rifatto una vita. Essere avveduti, questo è l'imperativo dell'ora anche per voi! Tutto è in gioco! 
Operando questa interpretazione parabolica di ciò che La Pira ha detto, ha scritto, ha fatto, ha gestito, si possono intendere molti dei suoi elementi "di contorno" intesi a provocare tensioni e sorprese e si possono liberare tutte le punte delle sue parabole e vederne la validità e l'efficacia ancora attuale. 
Vorrei fare un semplice elenco a mo' di conclusione, di queste punte delle parabole lapiriane. 
1. Dio: sì, va dimostrato e argomentato... ma va soprattutto mostrato per trasparenza. C'è un lungo tratto del suo discorso del 1969 sul Mistero di Cristo nella prospettiva della nuova età del mondo in cui La Pira parla di questa experimentalis Dei notitia e dei grandi esploratori del cielo dell'anima e dei grandi sperimentatori di Dio. 
2. Il Cristo crocifisso e risorto e la sua forza attrattiva su tutta la realtà, su tutto il cosmo: sul destino della persona, sul cammino e destino della Chiesa, sul cammino e destino della storia totale dei popoli. 
3. Il Cristiano: è colui che realmente vive della morte e della resurrezione di Cristo. 
4. Questa vita di Cristo deve manifestarsi nel cristiano con piena coerenza e trasparenza: in tutti i livelli e contenuti possibili della sua anima, del suo pensiero, della sua azione, non solo nell'ambito personale ma anche nell'ambito comunitario in ogni grado di vita associata.
5. L'impegno nella città degli uomini è doveroso e ineludibile: secondo però la misura della vocazione e dello stato personale di ciascheduno (si veda la lettera del 31 agosto del '46 in cui dà conto di una conversazione intervenuta con De Gasperi, sua moglie e me: «Bisogna prendermi come sono, il Signore lo sa: Egli mi ha sempre posto in condizioni che non alterino la fisionomia essenzialmente orante e contemplativa della mia vita... non sacrificherò a nessuna cosa l'unum necessarium) e questo è stato perfettamente vero fino alla fine, che se si è assunto tante responsabilità che sembravano arbitrarie ma non lo erano.
6. Ma questo impegno quando venga esercitato, non deve essere astratto, individualistico o ideologico, deve sempre rivolgersi alla persona concreta e ai suoi bisogni essenziali, tutti -spirituali e materiali - perché tutti sono cose concrete.
7. L'impegno deve in particolare rivolgersi, come a soggetti di elezione, alle categorie evangeliche dei poveri e degli ultimi e deve averle come interlocutori e come coedificatori diretti rispettati e responsabili.
8. L'impegno deve anche salvaguardare e promuovere i grandi beni e i patrimoni ideali e spirituali propri delle città, di ogni città, e delle intere nazioni e infine della comunità cristiana.
9. L'Italia ha una sua missione nazionale fondata sul suo grande patrimonio tradizionale e sulla sua posizione geografica e culturale di ponte mediterraneo tra l'Est e l'Ovest, tra i popoli progrediti e il terzo mondo; missione impreteribile, da recuperare non in senso nazionalistico ma solo in senso profondamente e originalmente spirituale.
10. Altrettanto si dica dell'Europa: l'Europa, dall'Atlantico agli Urali deve ritrovare la sua unità storica di fondo, essa deve almeno iniziare l'abbattimento del muro di divisione (Nato e Patto di Varsavia) e deve, al posto del muro, costruire un ponte (discorso di Sofia al Congresso delle città federate del '72).
11. Questo è indispensabile per l'unità del mondo: Denuclearizzare l'Europa e il Mediterraneo le due tende del terrore (la Nato e il Patto di Varsavia) e piantare in essi, al servizio dei popoli del Terzo Mondo e di tutti i popoli della terra, la Tenda della Pace (Appello da Berlino del '69). Mi permetto di insistere su questo perché credo che abbia un'attualità spaventosa. Lo abbiamo visto un anno fa e lo rivediamo in questi giorni. Qui La Pira ha ragione, non è un irrealista ha ragione, è il più concreto di tutti noi.
12. A tutte le nazioni deve essere riconosciuta pari dignità e vanno ugualmente rispettate e ritenute portatrici di valori a ciascuna propri e insurrogabili nel convivio umano.
13. La pace universale è l'unica alternativa possibile e urgente all'apocalissi atomica.
14. La Chiesa e soprattutto Pietro (ecco la "dottrina di Cesarea") ha anch'essa una parte insostituibile nella maturazione e nello scoppio di questa pace universale. Sia detto tra parentesi: come potrebbe essere la ecclesiologia di La Pira un'ecclesiologia solo del vertice? Qui c'è stato un fraintendimento dei suoi giochi linguistici e del suo genere parabolico. Come non potrebbe essere stato presente a La Pira il popolo di Dio, non la cosiddetta base, ma l'autentico popolo di Dio, quello che Sofonia dice: "Farò restare in mezzo a te un popolo umile e povero". E come non avrebbero potuto essere presenti le città nella loro dimensione spirituale ed anche ecclesiale, e quindi anche con il loro patrimonio proprio di chiese locali?
La questione del metodo
15. E infine la questione del metodo d'azione, il solo possibile per i cristiani: lettera a Fanfani del '58: La sola metodologia di vittoria è la rinuncia a se stessi il distacco radicale dalla propria piccola sfera, l'apertura (come conseguenza di questo distacco e di questo taglio) alla sfera mondiale di Dio: gli strumenti che suggerisce l'ambizione, la colpa, la meschinità, sono strumenti radicalmente privi di efficacia politica. E' proprio il discorso sul metodo quello che va fatto in questo periodo storico di così eccezionale portata per i cristiani e per tutti
Ed è veramente di questo metodo che La Pira è stato, al di là i di ogni altra cosa, maestro lucidissimo e incomparabilmente coerente. Queste parole, se erano attuali dieci anni fa, sono attualissime oggi, e vanno ricordate con forza e chiunque dicendosi cristiano pretenda di operare nel sociale. Vanno direi ricordate con una forza veramente implacabile a tutte le sigle, vecchie e nuove, che pretendono di agire nel seno e per il bene della Chiesa, perché non accada, come purtroppo talvolta si ha seria ragione di sospettare, che, invece di servire per il bene di tutti, vogliano solo, anche senza rendersene conto, conquistare il potere nella società e nella Chiesa. 
Una parola ancora, una parola di pace. Allora, La Pira è stato un profeta, lo direi più che profeta, è stato un profeta della pace, un operatore di pace, molto più che un profeta della pace e un operatore di pace. Secondo quanto ho detto sulla sua sofferenza, per me La Pira è stato una vittima della pace e i dolori cupi che sono tante volte piombati sulla sua anima, senza disperazione però, e con la dolcezza di un abbandono totale, sono stati il prezzo pagato alla sua opera di pace.