Da Gerusalemme la pace del mondo

 


E' vero: la situazione tanto grave del Medio Oriente e del mondo, ci indusse quest' anno a rifare in Terra Santa -durante le feste natalizie e di Epifania- il pellegrinaggio di pace fatto dieci anni avanti in vista della pace mediterranea ed in vista dei «Colloqui Mediterranei» fiorentini: quei Colloqui, nei quali il 4 ottobre 1958 (festività di S Francesco) furono poste le premesse per gli incontri di Evian e spuntò la prima lontana speranza d'incontro e di pace fra arabi e israeliani. 
Rifare lo stesso pellegrinaggio, avente le stesse finalità (la pace ed i colloqui) ed avente la stessa significante struttura: che si iniziasse, cioè, ad Hebron (presso la tomba del patriarca Abramo, il comune Padre della triplice famiglia spirituale di ebrei, cristiani e musulmani) e che, attraverso Betlemme (per la natività del Redentore), Gerusalemme (la città santa, misterioso centro della storia del mondo), il Carmelo (il monte del Profeta Elia) e Nazareth (la città dell'Incarnazione, della Vergine Maria) si concludesse in Egitto: al Cairo, dove trovò rifugio la Sacra Famiglia; ed a Damietta dove San Francesco -in piena crociata ed in piena guerra compiendo un grande atto di fede religioso e storico (e, perciò, anche politico)- portò al Sultano il suo messaggio cristiano di pace.


Ed è appunto quello che abbiamo fatto, col significativo gradimento e la viva ed ospitale accoglienza tanto di Israele che dell'Egitto (e della Lega araba); abbiamo, cioè, ripetuto -con la stessa struttura ed in vista degli stessi fini, anche se collocato in un contesto storico estremamente più grave, perché avviato verso la soglia apocalittica della guerra nucleare- il significativo viaggio di pace del 1958: abbiamo, cioè, oggi come ieri, cercato di costruire un ponte di preghiera e di riflessione storica e politica fra le rive avverse che separano ancor tanto gravemente i popoli fratelli (la famiglia di Abramo!) del Medio Oriente. 
Le «tesi» religiose, storiche e politiche, che ci hanno guidato in questo pellegrinaggio sono riassumibili in quella tesi che in questi anni ha sempre guidato la nostra azione di pace: «la tesi di Isaia»: cioè la tesi -fondata sulla rivelazione di Abramo e, perciò, in piena aderenza alla pace di Betlemme ed alla pace del Corano- della inevitabilità della pace universale, della inevitabilità del disarmo (le armi cambiate in aratri!) e della inevitabile promozione civile e spirituale dei popoli di tutta la terra. 
Data la situazione scientifica, tecnica, nucleare della presente età storica del mondo (il limite dei 400 mila megaton capaci di «far morire la terra» è già largamente superato), la «tesi di Isaia» appare saldamente fondata: ormai la scelta apocalittica è inevitabile: o «la pace millenaria» o «la distruzione del genere umano e del pianeta».


Questa tesi assume in Terra Santa un rilievo particolare: essa pone qui in maniera più drammatica l'inevitabile domanda: perché ancora la guerra? Perché non trovare una soluzione politica per tutti i problemi che separano ancor tanto dolorosamente arabi e israeliani? Questi popoli non appartengono alla stessa famiglia di Abramo, e non hanno, perciò, un comune destino religioso storico e politico da attuare nella presente età scientifica del mondo (integrare spiritualmente il contesto scientifico e tecnico della nuova civiltà)? Il Mediterraneo, lungo le sponde del quale questi popoli abitano, non può tornare ad essere -è il suo destino!- un centro di attrazione e di gravitazione storica, spirituale e politica essenziale per la storia nuova del mondo? Perché non iniziare, proprio da qui, dalla Terra Santa, la nuova storia di pace, di unità e di civiltà dei popoli di tutta la terra? Perché non superare con un atto di fede -religioso e storico e, perciò, anche politico, in questa prospettiva mediterranea e mondiale- tutte le divisioni che ancora tanto gravemente rompono l'unità della famiglia di Abramo, per iniziare, proprio da qui, quell’inevitabile moto di pace destinato ad abbracciare tutti i popoli della terra e destinato ad edificare un'età qualitativamente nuova (salto qualitativo!) della storia del mondo? 


Avere chiari questi obiettivi, essere consapevoli del «punto» in cui si trova la navigazione storica del mondo, essere consapevoli della «missione» dei popoli mediterranei e ritrovarsi in un nuovo Colloquio mediterraneo per fissare insieme una «strategia» destinata ad incidere in modo essenziale nella storia nuova dei popoli! 
Ecco la speranza e la sostanza del nostro pellegrinaggio. Un sogno? Una poesia? No, una prospettiva storica inevitabile. Il cammino dei popoli verso di essa può essere soltanto ritardato (come ha fatto la tristissima guerra vietnamita che da tanti anni frena questo cammino); ma la sua avanzata è inarrestabile. 
Ed allora? Perché non iniziarla proprio ora, partendo da Gerusalemme, la città santa della triplice famiglia di Abramo, centro misterioso ma effettivo di tutta la storia e di tutta la terra? 
Questa la «tesi» che ha fatto da cornice a tutti i colloqui -a livello spirituale, culturale e politico- che abbiamo avuto in Israele ed in Egitto: questa la tesi che ha animato, in modo particolare, i colloqui con il titolare della politica estera israeliana (il ministro degli esteri Abba Eban) e con il presidente Nasser.

Perché non inquadrare in questa cornice vedere da questo angolo visuale -tutti i problemi arabo-israeliani? 
Allora tutto si ridimensiona: se c'è una «convergenza di destino storico» per arabi ed israeliani, fra tutti i popoli della famiglia di Abramo abitanti nello spazio mediterraneo, (che è spazio essenzialmente europeo) allora tutti i problemi che ancora dividono possono essere rivisti in modo rovesciato: trasformandoli da problemi che dividono in problemi che unificano. 
Se tutto questo è vero -ed è vero perché questo è il senso della storia presente nel mondo- perché insistere a credere nelle soluzioni militari, ostacolando ancora l'incontro, il negoziato, la pace? 
Perché non «sfidare la storia» e non mettersi in cammino insieme per questa avventura nuova della storia del mondo? 
«I popoli di Abramo e la storia nuova del mondo»: quale tema e di quale attualità proprio in questa svolta storica! 
Quale posto di rilievo mondiale sarà sempre più assegnato alla città del Cairo in questo futuro di amicizia e di pace! Essa diverrà sempre più «città chiave» che apre, attraverso il Canale, le porte dell’Oriente e quelle dell’Occidente; diverrà sempre più la città unificante di tutta la nazione araba; diverrà sempre più la città di incontro fra l'Islam rinnovato, (amico del cristianesimo) e la Chiesa del Concilio; diverrà sempre più la città dell'incontro tra le tre teologie monoteiste della triplice famiglia abramitica; e sarà per la Chiesa la città in cui è più che altrove visibile la sua unità nel pluralismo così ricco di valore religioso, spirituale e culturale, delle chiese di Oriente e di quelle di Occidente.


E siamo sempre alla domanda: sogno? fantasia? o, invece, si tratta dell’inevitabile realtà storica che seguirà alla pacificazione della Terra Santa (che va da Nazareth al Cairo) ed alla concorde operosità (storica, spirituale, culturale, scientifica, tecnica, politica ed economica) della triplice famiglia abramitica? 
Perché, dunque, tardare più oltre -inutilmente, dannosamente- l'inizio di questa missione comune a servizio dei popoli di tutto il mondo? Perché non dare al mondo presente una prova del grande fatto che specifica l'attuale età storica: del fatto, cioè, che la guerra anche «locale» non risolve, ma aggrava i problemi umani; che essa è ormai uno strumento per sempre finito: e che solo l'accordo, il negoziato, l'edificazione comune, l'azione e la missione comune per l'elevazione comune di tutti i popoli, sono gli strumenti che la Provvidenza pone nelle mani degli uomini per costruire una storia nuova e una civiltà nuova?


Ecco le cose che abbiamo detto in Israele ed abbiamo ripetuto ampiamente e sviluppato -anche pubblicamente- al Cairo e a Damietta: è stato questo, sostanzialmente, (a parte certe proposizioni di natura più tecnica e più «diplomatica»), il tema delle conversazioni avute con il presidente Nasser, con i ministri Okacha e Fayek e con elevate personalità del mondo politico, religioso e spirituale del Cairo. 
Quali i risultati? Forse non erriamo dicendo che, malgrado le apparenze contrarie, risultati -anche politicamente, oltre che spiritualmente- positivi ci sono stati nel nostro pellegrinaggio. Lo so: essi si radicano nella nostra visione fondamentalmente e fondatamente «ottimista» della storia: il Nilo (noi sempre diciamo) si riversa inevitabilmente nel Mediterraneo! 
E, del resto, il nostro stesso pellegrinaggio, gradito ad ambedue le parti, non è stato un ponte di speranza steso fiduciosamente fra le due rive? 
Possiamo e dobbiamo dirlo: noi abbiamo trovato in tutti un desiderio sincero e vivo di pace: ciò che divide è soltanto il «muro della diffidenza»: bisogna abbattere questo muro, ecco tutto: e se questo muro cade, la pace è fatta! Ci vogliono atti che aprano le porte alla fiducia ed alla speranza! 
Noi riportiamo, malgrado le apparenze contrarie, questa precisa impressione dal nostro viaggio e dai nostri colloqui: «che la pace è ad un metro», come si dice. 
La «disponibilità» di fondo al negoziato c'è (a noi sembra) in ambedue le parti: si tratta di trovare la chiave diplomatica capace di aprire le porte dell'incontro.


Evidentemente, perché questo processo di convergenza sia condotto a termine, non bisogna compiere atti che possano fermare questo moto convergente. 
Abbattere i muri e costruire i ponti: la sera del 20 gennaio (dopo il colloquio con Nasser) noi vedemmo al Cairo una scena che ci fece tanta impressione: una squadra di operai abbattere i muri che erano stati costruiti davanti alle porte dell' albergo, come strumenti di difesa antiaerea. 
Ecco, dicemmo, l'inizio simbolico della pace che viene! E questa pace venga, tra i due figli dello stesso Patriarca Abramo. Essa sarà non solo la pace fra i figli di Abramo, ma sarà altresì l'arcobaleno che annuncia per sempre, per il mondo intero, la fine del diluvio (la guerra) e l'inizio definitivo della nuova età storica del mondo.

Giorgio La Pira 
(da Note di Cultura n. 36, febbraio 1968)